lunedì 22 giugno 2015

Mi racconto con un blog. Tips & tricks per gestire un blog (e un po' di storia).


Ecco qui cosa ho imparato, sotto forma di appunti, durante la presentazione di The Blog Up. Storia sociale del blog in Italia.

Ringrazio ancora TIM #WCAP Milano per l'ospitalità e le relatrici con cui la conversazione è stata davvero ricca e interessante. 

- Per scrivere contenuti interessanti è utile legarli alla propria vita quotidiana, regalare un po' di sé mentre si racconta quello che abbiamo in mente.
- Per ottimizzare il tempo si deve...non perdere tempo! Ovvero sfruttare tutti i ritagli di tempo per scrivere e aggiornare i social ed evitare di seguire contenuti non rilevanti (es. polemiche sterili).
- Nella scrittura oggi paga essere precisi e competenti ed essere epigrammatici (non vanno più di moda i "post a puntate" come nel 2003!).

- Pubblicare sul web le mie idee le mette a rischio? No! Anzi, metterle in rete (letteralmente), ne lascia una traccia e può farci trovare partner e collaboratori (naturalmente poi si può/deve ragionare anche sulle forme di tutela delle idee in senso stretto).
- Per imparare a scrivere è utile fare un periodo di "socializzazione secondaria", ovvero frequentare uno spazio (sito, blog, community, pagina Facebook, etc.) solo osservando cosa succede. 
- Cosa guardano i recruiter? Più i commenti che le foto. Sono persone intelligenti, quindi se c'è una foto fatta a una festa capiscono il contesto (scappate però di chi vi chiede la password per accedere ai contenuti riservati!).

@ Nicoletta Vittadini
- I blogger nel tempo si sono progressivamente professionalizzati, sono diventati dei veri e propri media. 
- È utile ragionare su una propria presenza social coerente già dai tempi dell'università, soprattutto se si vuole lavorare nel settore della comunicazione digitale.
- È utile seguire gli influencer, quelli trasversali ma anche quelli locali e competenti nel nostro settore, che ci possono dare informazioni utili per lo scopo che ci siamo prefissi.



mercoledì 10 giugno 2015

Mi racconto con un blog: la presentazione di The Blog Up

Ci siamo. Dopo aver presentato un libro prima che uscisse (per la precisione qui), finalmente lo presento una volta pubblicato. Ovviamente sempre fuori dagli schemi temporali più consoni, ma questo ormai lo sapete.

Sono molto contenta di aver organizzato un workshop destinato, in sintesi, a raccontare a cosa serve un blog oggi anche con la finalità di promuoversi o di trovare lavoro.
Non lo farò da sola ma insieme a Domitilla Ferrari, Ivana Pais e Nicoletta Vittadini (che ha anche curato la prefazione del volume).

Ecco il programma dell'evento che si terrà presso la sede TIM #WCAP Accelerator di Milano (@workingcapital) in  via Rombon 52 (che ringrazio per l'ospitalità):

- Benvenuto a cura di TIM #WCAP Accelerator Milano
- Introduzione prof. Nicoletta Vittadini (@nicovitt), Professore Associato di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Master in Digital Communications Specialist (Università Cattolica del Sacro Cuore).
- Conversazione fra Elisabetta Locatelli (@donnabetta), coordinatore del Master in Digital Communications Specialist e autrice del volume, Domitilla Ferrari (@domitilla), Digital Strategy Manager, e Ivana Pais (@ivanapais), Professore Associato di Sociologia Economica presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

La partecipazione è gratuita, i posti limitati. Ci si può iscrivere qui mentre qui il link all'evento Facebook.

Aggiornamenti del 15 giugno:

Bonus per chi ci seguirà da lontano: ci sarà anche un Google Hangout.

Bonus per i partecipanti: aperitivo organizzato da Rombon Bakery


Se volete twittare gli hashtag sono #miraccontoblog e #TheBlogUp...vi aspetto!



mercoledì 8 aprile 2015

Su FriendFeed, blog, innovazione sociale e tecnologica

Un giorno, quando studiavo canto, udendo le mie performance canore il mio insegnante mi paragonò a Ronaldo (non Cristiano ma questo qui, torniamo indietro di una quindicina di anni fa), perché alternavo picchi di talento a disastri (e il fatto che io non sia a calcare qualche palco dice che furono i disastri a dominare i risultati). Detto con le parole di Mafe de Baggis, fra "talento e tigna" quello che mi manca è di sicuro la tigna, il talento non so, lascio giudicare agli altri. Questo lungo giro per dire che mi ero ripromessa di promuovere il mio libro The Blog Up. Storia sociale del blog in Italia con post periodici e invece dall'ultimo è passato quasi un anno.

Ci sono però delle date che mi richiamano all'ordine e una di queste è la chiusura definitiva di FriendFeed domani, 9 aprile. Leggendo il materiale pubblicato in questo mese dai blogger mi piacerebbe scrivere un The Blog Up 2.0 (e chi lo sa che non possa essere possibile) perché è emerso tanto del vissuto che accompagnò il socialino (e la sua relazione con blog e blogger) in quegli anni. Di FriendFeed ho parlato anche nel libro inserendolo nella parte dedicata alle nuove pratiche di condivisione dei contenuti all'interno del capitolo quinto, dal titolo emblematico "Blog is not dead (2008-)".

Ma perchè FriendFeed è tanto importante?

Sicuramente perché il "social network dei social network" come l'ha definito Michele Boroni, ha cambiato la modalità di aggregazione dei contenuti fornendo un unico spazio dove seguire - letteralmente - una persona nei suoi percorsi digitali potendoli anche commentare. Alcune sue innovative funzionalità sono state poi integrate in Facebook che l'ha acquistato nel 2009 (il pulsante "like" proviene proprio da FriendFeed, come evidenzia Vincenzo Cosenza). 

La sua importanza risiede però nel fatto di essere un "social aggregator", dove la funzione di aggregazione sociale è determinante. Come scrive Enrico Sola, "FriendFeed, alla sua nascita, era il social network giusto al momento giusto: intercettava il desiderio da parte dei blogger di avere uno spazio condiviso (e non personale) di aggregazione e di discussione e intuiva che l’identità digitale di una persona non si sarebbe limitata al solo blog, ma avrebbe incorporato altri servizi/mondi". "Friendfeed è stato forse il Big Bang delle community social come le conosciamo oggi", evidenzia Luca Alagna. Questo passaggio è stato messo in luce in diversi post: da una comunità di blogger aggregati intorno a blog e da occasioni di incontro più sporadiche e selezionate (vedete il capitolo secondo del libro) si è passati a una comunità di blogger (e non solo) riunita in uno spazio comune in cui creare anche forme linguistiche comuni, abitudini, relazioni sociali positive e negative (trovate esempi di tutto ciò sempre nel post di Enrico ma anche qui).
A livello sociologico i discorsi che si svilupparono proprio dentro a FriendFeed, così come quelli che si sono sviluppati in questi giorni su FriendFeed, hanno contribuito a consolidare l'identità stessa dei blogger, della blogosfera e delle persone che hanno utilizzato il social network.

Seguire i contenuti, seguire le persone, creare insieme nuovi contenuti, come è successo nelle "stanzette", in cui si è creata anche la forma embrionale della social tv che oggi trionfa su Twitter.
FriendFeed unì il web 1.0 dei forum con il 2.0 dei blog e dei (futuri) social network.

Ma più che un epitaffio qui voglio provare a fare una riflessione da ricercatrice (trovate in questo post di Matteo Castellani Tarabini un insieme di articoli scritti sulla morte di FF, se navigate negli articoli e nei commenti ne troverete molti altri).

Applicando il paradigma che propongo nel libro quello del Social Shaping of Technology (qui su Wikipedia una sintesi dei suoi contenuti principali), possiamo dire che innovazione tecnologica e sociale non viaggiano su binari paralleli ma che continuamente si intersecano e convergono. FriendFeed offrì uno spazio tecnologicamente innovativo (come evidenzia Massimo Mantellini) che fece da supporto allo sviluppo di relazioni sociali diversificate e complesse. In più post viene evidenziato che FriendFeed fu il social network dove si svilupparono amicizie, amori, flame, inimicizie e relazioni d'odio. Trovarono spazio anche esperimenti (diversi articoli ne parlano, qui un paio di esempi). Una complessità degna di qualsiasi comunità online o offline essa sia. La relazione online e offline (sottolineata da Giuseppe Fraccalvieri) è un altro punto che occorre mettere in evidenza e che percorre anche tutto il mio libro: al di là della retorica facile (vecchia, ma purtroppo sempre ricorrente) della dicotomia virtuale/reale, le relazioni online nutrono e alimentano quelle offline e viceversa, perché quello che conta è la relazione e non (solo) il luogo in cui si crea o viene fatta crescere.

FriendFeed è stato anche un social network di nicchia, frequentato da un numero circoscritto di internauti e specificamente profilato, opposto per certi versi a social network che io amo definire "generalisti" come Facebook. Forse le nuove Facebook Rooms vanno in questa direzione, ampliando ancora di più il numero di strumenti di comunicazione che Facebook integra al suo interno. Forse è proprio la nicchia quello che manca a Facebook rispetto a FriendFeed perché lì troviamo tutti (o quasi), dalla mamma alla vicina, dagli amici ai colleghi, mentre FriendFeed è sempre rimasto (e da qui con tutta probabilità la sua fine) dominio di pochi.

Da ricercatrice, infine, un obituary, va alla perdita di parti della storia del web che sarebbe bello conservare, su cui sarebbe bello poter fare ricerca in futuro (per la cronaca, qui istruzioni su come scaricare lo stream). La chiusura di FriendFeed mi fa ricordare quella di Splinder, di cui conservo ancora come un cimelio storico della mia tesi di dottorato il mousepad a forma esagonale che mi diedero a un evento.

Infine, mi sembra interessante notare come davvero - per il momento - i blog resistano al tempo come forma di pubblicazione consolidata e con delle caratteristiche ben precise, nonostante in tanti ne abbiano predetto più volte la morte.




lunedì 9 giugno 2014

Blog: spazi pubblici o privati? Risposta a una recensione

Finalmente riesco a rispondere all'accurata e molto generosa recensione di eFFe al mio libro che mi ha permesso di riflettere su alcuni punti decisamente rilevanti. 
Vorrei ringraziare eFFe perchè la recensione non solo mette in luce gli aspetti di forza del libro (che non sono mai scontati per chi scrive perchè non sa come potrebbe essere percepito dall'esterno il suo lavoro) ma anche ne evidenzia, con molta eleganza, due limiti su cui mi fa piacere soffermarmi, ovvero la scelta di lavorare sui blog personali e il fatto che non è del tutto esplicito se considero i blog spazi pubblici o privati.

Il fatto che il libro si concentri sui blog personali è, in effetti, una scelta molto forte che taglia alla base l'analisi e la riflessione su altre tipologie di blog, fra cui quelli multiautore citati da eFFe ma anche quelli corporate, professionali, giornalistici, i tumblr e molti altri. Sono tipologie di blog su cui ho avuto modo di lavorare e riflettere negli ultimi anni, ma questi ragionamenti sono confluiti solo in modo parziale nel libro perchè non ho avuto modo di costruire una ricerca sistematica come quella relativa ai blog personali. Trattandosi di un volume che si rivolge a un contesto anche scientifico ho dovuto mantenere un uniforme rigore di analisi concentrandomi su ciò che avevo avuto modo di approfondire con una metodologia precisa e rigorosa. Ciò non toglie che si tratta di temi che mi piacerebbe indagare e sui cui vorrei avere modo di scrivere in futuro.

La seconda questione è molto più complessa e non è esaminata come tema esplicito, sebbene sia affrontata in diversi punti nel volume. Mi riferisco alla natura del blog come spazio pubblico o privato. Si tratta, come rileva ancora eFFe, di una questione centrale sotto molteplici punti di vista. Per esempio dal punto di vista normativo considerare il blog uno spazio pubblico o privato cambia radicalmente l'approccio adottabile.
Dal mio punto di vista il blog personale è uno spazio semi-pubblico.
Come suggerisce anche il mio recensore al termine del post, alla base di un blog ci sono la relazione e il dialogo con l'Altro. Il fatto di essere disponibile ad occhi estranei, di poter essere letto e guardato indipendentemente dalla volontà dell'autore lo rende uno spazio liminale fra il pubblico e il privato, per quanto ristretto possa essere il suo pubblico. Non me la sento di definirlo interamente uno spazio pubblico per il livello di controllo che il blogger può stabilire sul blog, di cui può definire le regole di gestione e la struttura, in dimensione variabile rispetto al tipo di hosting che viene scelto. Questo non solo influisce sulla gestione della privacy ma anche sul livello di proprietà dei contenuti. 
Ciò ovviamente non semplifica la gestione e soprattutto l'aspetto normativo del blog, dalla tutela dei contenuti alla prevenzione della diffusione di notizie false e incontrollate, solo per citare alcuni temi delicati. Purtroppo non sono un'esperta di materie giuridiche e non mi sono mai occupata in modo diretto di questo tema. Quello che mi è venuto da pensare scrivendo il libro (e a cui accenno in un paio di passaggi) è che sarebbe utile evitare una volta per tutte l'errore di equiparare il blog a spazi di natura diversa, come i prodotti editoriali o le testate giornalistiche, che hanno logiche differenti, avviando prima una seria riflessione sul fenomeno, distinguendo le macrotipologie di casi che possono verificarsi e poi cercando di stabilire delle norme, se sono effettivamente necessarie e se non sono applicabili quelle già esistenti.

P.S.: Il tema dell'articolazione fra spazio pubblico e spazio privato nei social network - e più in generale online - è stato intensamente esplorato e ci sarebbe molto di più da scrivere. Mi limito a segnalare gli articoli di P. Lange su YouTube e di danah boyd sui social network.

mercoledì 26 marzo 2014

The Blog Up: una ricerca, un blog, un libro.

Ebbene sì, è finalmente il momento di rompere gli indugi. A suonare il campanello è stato questo tweet di Franco Angeli:



Ho sempre pensato, desiderato, immaginato che avrei scritto un libro, ma di poesie, che ritengo ancora oggi sia la modalità più congeniale di esprimere quello che penso. Poi le vicende della vita mi hanno portato a scrivere un libro accademico, che prende le mosse dalla tesi di dottorato che ho iniziato nel 2005, difeso nel 2008 e che nel 2007 mi ha spinto ad aprire questo blog.
Una tesi, una ricerca, una passione tutto a tema blog. Perché, come periodicamente si dibatte nella blogo/twitter-sfera, il blog è morto ma è anche vivo più che mai.
Come intuibile da questa cronologia, la gestazione del volume è stata lunga, direi circa quattro anni. Chi mi conosce sa che sono timida, perfezionista, incostante (forse la più grande costante del mio carattere) qualità fatali per la redazione di un'opera che - non vorrei citare Platone ma mi viene spontaneo - poi camminerà con le sue gambe e di cui si perde il controllo. Per fortuna sono anche testarda e quindi piano piano, pagina dopo pagina, il libro ha preso forma e si potrà trovare in libreria da fine aprile, ma c'è anche la versione ebook. Dirò di più, visto che la redazione è stata così lunga, l'abbiamo anche presentato qui prima che uscisse ancora con il suo titolo provvisorio (grazie a Mafe De Baggis e gallizio che mi hanno ospitato al loro evento). Per la cronaca il titolo definitivo è "The Blog Up! Storia sociale del blog in Italia".

L'obiettivo del libro, che ha un taglio accademico e insieme pop, come direbbe Giovanni Boccia Artieri (curatore della collana MediaCultura in cui esce il libro insieme con Lella Mazzoli), è quello di raccontare la storia sociale del blog in Italia, ovvero come il blog sia arrivato e si sia sviluppato in Italia attraverso le voci dei blogger e le dinamiche sociali che ha attraversato nel tempo e che lo percorrono oggi. Data la vastità dell'argomento il libro si concentra in modo particolare sui blog personali.
L'auspicio è quello di aver costruito un quadro complesso, benché ciascuno di voi potrà certamente individuare qualcosa che manca. Sarò lieta di discuterne con chi vorrà e di accogliere pareri, commenti e recensioni. Perché - chissà - magari un domani potrò scriverne una parte seconda.
Ma per questo non c'è fretta, nel frattempo (se il binomio perfezione-timidezza non ha la meglio) nelle prossime settimane vorrei pubblicare una serie di post che raccontino meglio il libro. Come dire...un po' di storytelling non guasta mai!

mercoledì 30 maggio 2012

Twitter negli eventi di crisi: un decalogo (a quattro mani)


La mia generazione (per ora) non ha attraversato guerre, ma si continua a morire e non solo per la naturale fine della vita. Ci sono altri nemici da affrontare, non ultimo la terra che trema. A suo tempo mi raccontarono che nella Prima Guerra Mondiale Ludwig Wittgenstein scrisse parte del suo “Tractatus logico-philosophicus” sulle cartoline che mandava alla famiglia dal fronte, magari è solo una leggenda, ma si sposa bene con la struttura della sua opera
Un esempio come tanti per dire che non è solo il mezzo che conta ma anche il messaggio che contiene. De Kerckhove ci direbbe che siamo nella fase in cui “il messaggio è il messaggio”, qualsiasi mezzo lo trasporti. Quindi proviamo a fare due conti con il presente. Fra le innumerevoli opportunità comunicative ci troviamo fra le mani Twitter, strumento con cui condividere emozioni, informazioni e notizie anche nelle situazioni di emergenza. Ci si può divertire commentando le immagini che scorrono in tv ma può essere utile anche per diffondere le notizie provenienti da mondi lontani non coperte dai media tradizionali. Dal terremoto de L’Aquila abbiamo imparato che anche qui in Italia ogni medium è prezioso per fronteggiare le emergenze e che le istituzioni, talvolta, sono più lente ad appropriarsi dei nuovi media. Del rapporto dei recenti terremoti e Twitter si sono occupate diverse analisi (qui e qui alcuni esempi), mi sembra interessante provare a rilanciare la questione anche in termini più ampi e progettuali puntando a quel nodo nevralgico che è la costituzione di una sfera pubblica online, anche di dimensioni minime, in cui il click diventa un'azione davvero significativa. Ovvero, possiamo come utenti dare una forma attiva alla nostra presenza sui social network piegandola in forma eticamente responsabile?

Ho lanciato l’idea a Giovanni (che ringrazio per la disponibilità ad accettare le idee anche con tempi stringenti) di stendere un “decalogo” per l’uso di Twitter durante gli eventi di crisi raccogliendo anche molte delle istanze che circolavano su Twitter oggi e sistematizzandole. Questa è la proposta che ne è emersa, naturalmente ogni integrazione è benvenuta:

  1. Tieni libero l’#hashtag della crisi per le comunicazioni veramente importanti. Dimentica per un po’ il self-branding.
  2. Prova a frenare l’emotività e a riflettere su quello che pubblichi.
  3. Fai retweet delle comunicazioni dopo averle verificate. Spesso basta fare qualche facile ricerca in rete.
  4. Non diffondere contenuti allarmistici. Le parole hanno un peso: usale con cura.
  5. Impara a distinguere le opinioni dai fatti. Per le opinioni c’è tempo.
  6. Cura le informazioni che leggi. Insegna agli altri come distinguere i contenuti e ricerca i canali ufficiali evitando i “si dice”.
  7. Condividi le informazioni utili per il primo soccorso e per l’organizzazione degli interventi.
  8. Se sei un brand o un personaggio famoso metti a disposizione il tuo profilo per messaggi che è importante diffondere.
  9. Dimentica Twitter e i social network: pensa anche a che cosa puoi fare di concreto per la crisi che si sta attraversando. 
  10. Aiuta i media a diffondere le informazioni corrette e fai in modo che si parli “di quello che succede sul web” solo perché è stato concretamente di aiuto. 

martedì 1 maggio 2012

La Festa del 1° maggio

Sono cresciuta in una famiglia dove il valore del lavoro è sempre stato sacro. Uso l'aggettivo sacro, alquanto ingombrante, per far percepire quale importanza abbia per me sempre avuto il lavoro, che si traduce nel rispetto per il lavoro altrui, nell'esatto compimento del proprio dovere lavorativo, nella fiducia del lavoro come arma di riscatto sociale, nella dignità del lavoratore qualsiasi sia la sua mansione, nel rispetto degli strumenti utilizzati e del corretto utilizzo del ricavato del lavoro stesso. Per questo la Festa dei Lavoratori del 1° maggio per me è sempre stata una festa particolare, perchè riassumeva tutti questi valori e li festeggiava.
Stamattina non avevo in mente di scrivere su questo blog perchè si tratta di ricordi molto privati che raramente concendo al pubblico. Mi sono detta, però, che forse a volte raccontare di un mondo che non c'è più serve per capire dove il mondo che stiamo attraversando oggi sta andando.
L'inverno che ha tardato a passare ha lasciato sul terreno tracce di un contesto che si sta sgretolando e che fatica a trovare un nuovo principio che lo sorregga e che lo racconti. Abbiamo avuto una nuova riforma del lavoro che in questi giorni sta attraversando l'approvazione parlamentare; le aziende chiudono (e quando passo dalle mie parti e vedo per strada nuove bandiere di sindacati capisco che gli ennesimi licenziamenti sono alle porte) - alcune per mancanza di lavoro altre perchè preferiscono spostare la produzione all'estero -; gli imprenditori faticano a tenere in piedi le proprie attività e talvolta saldano il conto con un gesto estremo; nonostante le norme di sicurezza le "morti bianche" diminuiscono ma non cessano di esserci; nel nostro Paese si sta diffondendo la sensazione di una generazione di "nativi precari", di cui anch'io faccio parte, alcuni dei quali decidono di raccontare in rete la propria vita (qui e qui un paio di esempi, questo invece un lungometraggio realizzato sul tema); non si possono dimenticare i lavoratori che dei propri diritti non vedono neanche l'ombra (qui alcune statistiche sul lavoro minorile).
Personalmente la flessibilità lavorativa non mi spaventa, anzi, lo trovo un modo per sfidare continuamente le mie capacità. Certo, è stancante dal punto di vista mentale, ma credo che anche a questo ci si possa  abituare trovando un equilibrio di sopravvivenza.
Al di là della mia condizione personale, quello che mi fa riflettere maggiormente è il fatto che ci sono riflessioni che mettono a tema questa condizione, ma sono scarsamente collegate, hanno poca visibilità mediale, rimangono sovente confinate nelle pieghe di internet e affidate alla buona volontà di chi vuole setacciare il web alla ricerca di notizie a tema. Certo, unire i puntini e far emergere un presagio di futuro ci mette nella difficile condizione psicologica di ammettere che la terra sta tremando anche sotto i nostri piedi e d'altra parte anche la necessità di non scatenare il panico collettivo ha un suo peso. Ma qual è il limite in cui il tranquillante diventa anestetico?
La Festa dei Lavoratori è nata sullo scorcio del 19° secolo negli Stati Uniti ed è stata importata all'inizio del 20° secolo in Italia (qui e qui qualche notizia in più). Oggi a ricordarci che è il 1° maggio ci pensa anche Google con un doodle dedicato. Si tratta di una festa strana, che sopravvive nonostante lo scarso appeal commerciale: non c'è niente da regalare, anzi, l'invito è quello di chiudere le attività commerciali e di non lavorare. Si regala, appunto, un giorno di ferie. Si potrebbe dire che oggi sia una festa dell'assenza, assenza anche di quel lavoro da cui dovremmo prendere riposo. Forse è proprio dalla mancanza che dovremmo ripartire, perchè, come ci insegna Heidegger, la povertà nasce quando non ci si rende nemmeno conto della mancanza come mancanza (certo, lui parlava di Dio, ma possiamo concederci una piccola licenza). E spetta a noi scegliere se vogliamo essere ciechi fino in fondo e fingere che la mancanza non ci sia o ammetterla e da questo ripartire.
Buona Festa del 1° maggio.