mercoledì 8 aprile 2015

Su FriendFeed, blog, innovazione sociale e tecnologica

Un giorno, quando studiavo canto, udendo le mie performance canore il mio insegnante mi paragonò a Ronaldo (non Cristiano ma questo qui, torniamo indietro di una quindicina di anni fa), perché alternavo picchi di talento a disastri (e il fatto che io non sia a calcare qualche palco dice che furono i disastri a dominare i risultati). Detto con le parole di Mafe de Baggis, fra "talento e tigna" quello che mi manca è di sicuro la tigna, il talento non so, lascio giudicare agli altri. Questo lungo giro per dire che mi ero ripromessa di promuovere il mio libro The Blog Up. Storia sociale del blog in Italia con post periodici e invece dall'ultimo è passato quasi un anno.

Ci sono però delle date che mi richiamano all'ordine e una di queste è la chiusura definitiva di FriendFeed domani, 9 aprile. Leggendo il materiale pubblicato in questo mese dai blogger mi piacerebbe scrivere un The Blog Up 2.0 (e chi lo sa che non possa essere possibile) perché è emerso tanto del vissuto che accompagnò il socialino (e la sua relazione con blog e blogger) in quegli anni. Di FriendFeed ho parlato anche nel libro inserendolo nella parte dedicata alle nuove pratiche di condivisione dei contenuti all'interno del capitolo quinto, dal titolo emblematico "Blog is not dead (2008-)".

Ma perchè FriendFeed è tanto importante?

Sicuramente perché il "social network dei social network" come l'ha definito Michele Boroni, ha cambiato la modalità di aggregazione dei contenuti fornendo un unico spazio dove seguire - letteralmente - una persona nei suoi percorsi digitali potendoli anche commentare. Alcune sue innovative funzionalità sono state poi integrate in Facebook che l'ha acquistato nel 2009 (il pulsante "like" proviene proprio da FriendFeed, come evidenzia Vincenzo Cosenza). 

La sua importanza risiede però nel fatto di essere un "social aggregator", dove la funzione di aggregazione sociale è determinante. Come scrive Enrico Sola, "FriendFeed, alla sua nascita, era il social network giusto al momento giusto: intercettava il desiderio da parte dei blogger di avere uno spazio condiviso (e non personale) di aggregazione e di discussione e intuiva che l’identità digitale di una persona non si sarebbe limitata al solo blog, ma avrebbe incorporato altri servizi/mondi". "Friendfeed è stato forse il Big Bang delle community social come le conosciamo oggi", evidenzia Luca Alagna. Questo passaggio è stato messo in luce in diversi post: da una comunità di blogger aggregati intorno a blog e da occasioni di incontro più sporadiche e selezionate (vedete il capitolo secondo del libro) si è passati a una comunità di blogger (e non solo) riunita in uno spazio comune in cui creare anche forme linguistiche comuni, abitudini, relazioni sociali positive e negative (trovate esempi di tutto ciò sempre nel post di Enrico ma anche qui).
A livello sociologico i discorsi che si svilupparono proprio dentro a FriendFeed, così come quelli che si sono sviluppati in questi giorni su FriendFeed, hanno contribuito a consolidare l'identità stessa dei blogger, della blogosfera e delle persone che hanno utilizzato il social network.

Seguire i contenuti, seguire le persone, creare insieme nuovi contenuti, come è successo nelle "stanzette", in cui si è creata anche la forma embrionale della social tv che oggi trionfa su Twitter.
FriendFeed unì il web 1.0 dei forum con il 2.0 dei blog e dei (futuri) social network.

Ma più che un epitaffio qui voglio provare a fare una riflessione da ricercatrice (trovate in questo post di Matteo Castellani Tarabini un insieme di articoli scritti sulla morte di FF, se navigate negli articoli e nei commenti ne troverete molti altri).

Applicando il paradigma che propongo nel libro quello del Social Shaping of Technology (qui su Wikipedia una sintesi dei suoi contenuti principali), possiamo dire che innovazione tecnologica e sociale non viaggiano su binari paralleli ma che continuamente si intersecano e convergono. FriendFeed offrì uno spazio tecnologicamente innovativo (come evidenzia Massimo Mantellini) che fece da supporto allo sviluppo di relazioni sociali diversificate e complesse. In più post viene evidenziato che FriendFeed fu il social network dove si svilupparono amicizie, amori, flame, inimicizie e relazioni d'odio. Trovarono spazio anche esperimenti (diversi articoli ne parlano, qui un paio di esempi). Una complessità degna di qualsiasi comunità online o offline essa sia. La relazione online e offline (sottolineata da Giuseppe Fraccalvieri) è un altro punto che occorre mettere in evidenza e che percorre anche tutto il mio libro: al di là della retorica facile (vecchia, ma purtroppo sempre ricorrente) della dicotomia virtuale/reale, le relazioni online nutrono e alimentano quelle offline e viceversa, perché quello che conta è la relazione e non (solo) il luogo in cui si crea o viene fatta crescere.

FriendFeed è stato anche un social network di nicchia, frequentato da un numero circoscritto di internauti e specificamente profilato, opposto per certi versi a social network che io amo definire "generalisti" come Facebook. Forse le nuove Facebook Rooms vanno in questa direzione, ampliando ancora di più il numero di strumenti di comunicazione che Facebook integra al suo interno. Forse è proprio la nicchia quello che manca a Facebook rispetto a FriendFeed perché lì troviamo tutti (o quasi), dalla mamma alla vicina, dagli amici ai colleghi, mentre FriendFeed è sempre rimasto (e da qui con tutta probabilità la sua fine) dominio di pochi.

Da ricercatrice, infine, un obituary, va alla perdita di parti della storia del web che sarebbe bello conservare, su cui sarebbe bello poter fare ricerca in futuro (per la cronaca, qui istruzioni su come scaricare lo stream). La chiusura di FriendFeed mi fa ricordare quella di Splinder, di cui conservo ancora come un cimelio storico della mia tesi di dottorato il mousepad a forma esagonale che mi diedero a un evento.

Infine, mi sembra interessante notare come davvero - per il momento - i blog resistano al tempo come forma di pubblicazione consolidata e con delle caratteristiche ben precise, nonostante in tanti ne abbiano predetto più volte la morte.




lunedì 9 giugno 2014

Blog: spazi pubblici o privati? Risposta a una recensione

Finalmente riesco a rispondere all'accurata e molto generosa recensione di eFFe al mio libro che mi ha permesso di riflettere su alcuni punti decisamente rilevanti. 
Vorrei ringraziare eFFe perchè la recensione non solo mette in luce gli aspetti di forza del libro (che non sono mai scontati per chi scrive perchè non sa come potrebbe essere percepito dall'esterno il suo lavoro) ma anche ne evidenzia, con molta eleganza, due limiti su cui mi fa piacere soffermarmi, ovvero la scelta di lavorare sui blog personali e il fatto che non è del tutto esplicito se considero i blog spazi pubblici o privati.

Il fatto che il libro si concentri sui blog personali è, in effetti, una scelta molto forte che taglia alla base l'analisi e la riflessione su altre tipologie di blog, fra cui quelli multiautore citati da eFFe ma anche quelli corporate, professionali, giornalistici, i tumblr e molti altri. Sono tipologie di blog su cui ho avuto modo di lavorare e riflettere negli ultimi anni, ma questi ragionamenti sono confluiti solo in modo parziale nel libro perchè non ho avuto modo di costruire una ricerca sistematica come quella relativa ai blog personali. Trattandosi di un volume che si rivolge a un contesto anche scientifico ho dovuto mantenere un uniforme rigore di analisi concentrandomi su ciò che avevo avuto modo di approfondire con una metodologia precisa e rigorosa. Ciò non toglie che si tratta di temi che mi piacerebbe indagare e sui cui vorrei avere modo di scrivere in futuro.

La seconda questione è molto più complessa e non è esaminata come tema esplicito, sebbene sia affrontata in diversi punti nel volume. Mi riferisco alla natura del blog come spazio pubblico o privato. Si tratta, come rileva ancora eFFe, di una questione centrale sotto molteplici punti di vista. Per esempio dal punto di vista normativo considerare il blog uno spazio pubblico o privato cambia radicalmente l'approccio adottabile.
Dal mio punto di vista il blog personale è uno spazio semi-pubblico.
Come suggerisce anche il mio recensore al termine del post, alla base di un blog ci sono la relazione e il dialogo con l'Altro. Il fatto di essere disponibile ad occhi estranei, di poter essere letto e guardato indipendentemente dalla volontà dell'autore lo rende uno spazio liminale fra il pubblico e il privato, per quanto ristretto possa essere il suo pubblico. Non me la sento di definirlo interamente uno spazio pubblico per il livello di controllo che il blogger può stabilire sul blog, di cui può definire le regole di gestione e la struttura, in dimensione variabile rispetto al tipo di hosting che viene scelto. Questo non solo influisce sulla gestione della privacy ma anche sul livello di proprietà dei contenuti. 
Ciò ovviamente non semplifica la gestione e soprattutto l'aspetto normativo del blog, dalla tutela dei contenuti alla prevenzione della diffusione di notizie false e incontrollate, solo per citare alcuni temi delicati. Purtroppo non sono un'esperta di materie giuridiche e non mi sono mai occupata in modo diretto di questo tema. Quello che mi è venuto da pensare scrivendo il libro (e a cui accenno in un paio di passaggi) è che sarebbe utile evitare una volta per tutte l'errore di equiparare il blog a spazi di natura diversa, come i prodotti editoriali o le testate giornalistiche, che hanno logiche differenti, avviando prima una seria riflessione sul fenomeno, distinguendo le macrotipologie di casi che possono verificarsi e poi cercando di stabilire delle norme, se sono effettivamente necessarie e se non sono applicabili quelle già esistenti.

P.S.: Il tema dell'articolazione fra spazio pubblico e spazio privato nei social network - e più in generale online - è stato intensamente esplorato e ci sarebbe molto di più da scrivere. Mi limito a segnalare gli articoli di P. Lange su YouTube e di danah boyd sui social network.

mercoledì 26 marzo 2014

The Blog Up: una ricerca, un blog, un libro.

Ebbene sì, è finalmente il momento di rompere gli indugi. A suonare il campanello è stato questo tweet di Franco Angeli:



Ho sempre pensato, desiderato, immaginato che avrei scritto un libro, ma di poesie, che ritengo ancora oggi sia la modalità più congeniale di esprimere quello che penso. Poi le vicende della vita mi hanno portato a scrivere un libro accademico, che prende le mosse dalla tesi di dottorato che ho iniziato nel 2005, difeso nel 2008 e che nel 2007 mi ha spinto ad aprire questo blog.
Una tesi, una ricerca, una passione tutto a tema blog. Perché, come periodicamente si dibatte nella blogo/twitter-sfera, il blog è morto ma è anche vivo più che mai.
Come intuibile da questa cronologia, la gestazione del volume è stata lunga, direi circa quattro anni. Chi mi conosce sa che sono timida, perfezionista, incostante (forse la più grande costante del mio carattere) qualità fatali per la redazione di un'opera che - non vorrei citare Platone ma mi viene spontaneo - poi camminerà con le sue gambe e di cui si perde il controllo. Per fortuna sono anche testarda e quindi piano piano, pagina dopo pagina, il libro ha preso forma e si potrà trovare in libreria da fine aprile, ma c'è anche la versione ebook. Dirò di più, visto che la redazione è stata così lunga, l'abbiamo anche presentato qui prima che uscisse ancora con il suo titolo provvisorio (grazie a Mafe De Baggis e gallizio che mi hanno ospitato al loro evento). Per la cronaca il titolo definitivo è "The Blog Up! Storia sociale del blog in Italia".

L'obiettivo del libro, che ha un taglio accademico e insieme pop, come direbbe Giovanni Boccia Artieri (curatore della collana MediaCultura in cui esce il libro insieme con Lella Mazzoli), è quello di raccontare la storia sociale del blog in Italia, ovvero come il blog sia arrivato e si sia sviluppato in Italia attraverso le voci dei blogger e le dinamiche sociali che ha attraversato nel tempo e che lo percorrono oggi. Data la vastità dell'argomento il libro si concentra in modo particolare sui blog personali.
L'auspicio è quello di aver costruito un quadro complesso, benché ciascuno di voi potrà certamente individuare qualcosa che manca. Sarò lieta di discuterne con chi vorrà e di accogliere pareri, commenti e recensioni. Perché - chissà - magari un domani potrò scriverne una parte seconda.
Ma per questo non c'è fretta, nel frattempo (se il binomio perfezione-timidezza non ha la meglio) nelle prossime settimane vorrei pubblicare una serie di post che raccontino meglio il libro. Come dire...un po' di storytelling non guasta mai!

mercoledì 30 maggio 2012

Twitter negli eventi di crisi: un decalogo (a quattro mani)


La mia generazione (per ora) non ha attraversato guerre, ma si continua a morire e non solo per la naturale fine della vita. Ci sono altri nemici da affrontare, non ultimo la terra che trema. A suo tempo mi raccontarono che nella Prima Guerra Mondiale Ludwig Wittgenstein scrisse parte del suo “Tractatus logico-philosophicus” sulle cartoline che mandava alla famiglia dal fronte, magari è solo una leggenda, ma si sposa bene con la struttura della sua opera
Un esempio come tanti per dire che non è solo il mezzo che conta ma anche il messaggio che contiene. De Kerckhove ci direbbe che siamo nella fase in cui “il messaggio è il messaggio”, qualsiasi mezzo lo trasporti. Quindi proviamo a fare due conti con il presente. Fra le innumerevoli opportunità comunicative ci troviamo fra le mani Twitter, strumento con cui condividere emozioni, informazioni e notizie anche nelle situazioni di emergenza. Ci si può divertire commentando le immagini che scorrono in tv ma può essere utile anche per diffondere le notizie provenienti da mondi lontani non coperte dai media tradizionali. Dal terremoto de L’Aquila abbiamo imparato che anche qui in Italia ogni medium è prezioso per fronteggiare le emergenze e che le istituzioni, talvolta, sono più lente ad appropriarsi dei nuovi media. Del rapporto dei recenti terremoti e Twitter si sono occupate diverse analisi (qui e qui alcuni esempi), mi sembra interessante provare a rilanciare la questione anche in termini più ampi e progettuali puntando a quel nodo nevralgico che è la costituzione di una sfera pubblica online, anche di dimensioni minime, in cui il click diventa un'azione davvero significativa. Ovvero, possiamo come utenti dare una forma attiva alla nostra presenza sui social network piegandola in forma eticamente responsabile?

Ho lanciato l’idea a Giovanni (che ringrazio per la disponibilità ad accettare le idee anche con tempi stringenti) di stendere un “decalogo” per l’uso di Twitter durante gli eventi di crisi raccogliendo anche molte delle istanze che circolavano su Twitter oggi e sistematizzandole. Questa è la proposta che ne è emersa, naturalmente ogni integrazione è benvenuta:

  1. Tieni libero l’#hashtag della crisi per le comunicazioni veramente importanti. Dimentica per un po’ il self-branding.
  2. Prova a frenare l’emotività e a riflettere su quello che pubblichi.
  3. Fai retweet delle comunicazioni dopo averle verificate. Spesso basta fare qualche facile ricerca in rete.
  4. Non diffondere contenuti allarmistici. Le parole hanno un peso: usale con cura.
  5. Impara a distinguere le opinioni dai fatti. Per le opinioni c’è tempo.
  6. Cura le informazioni che leggi. Insegna agli altri come distinguere i contenuti e ricerca i canali ufficiali evitando i “si dice”.
  7. Condividi le informazioni utili per il primo soccorso e per l’organizzazione degli interventi.
  8. Se sei un brand o un personaggio famoso metti a disposizione il tuo profilo per messaggi che è importante diffondere.
  9. Dimentica Twitter e i social network: pensa anche a che cosa puoi fare di concreto per la crisi che si sta attraversando. 
  10. Aiuta i media a diffondere le informazioni corrette e fai in modo che si parli “di quello che succede sul web” solo perché è stato concretamente di aiuto. 

martedì 1 maggio 2012

La Festa del 1° maggio

Sono cresciuta in una famiglia dove il valore del lavoro è sempre stato sacro. Uso l'aggettivo sacro, alquanto ingombrante, per far percepire quale importanza abbia per me sempre avuto il lavoro, che si traduce nel rispetto per il lavoro altrui, nell'esatto compimento del proprio dovere lavorativo, nella fiducia del lavoro come arma di riscatto sociale, nella dignità del lavoratore qualsiasi sia la sua mansione, nel rispetto degli strumenti utilizzati e del corretto utilizzo del ricavato del lavoro stesso. Per questo la Festa dei Lavoratori del 1° maggio per me è sempre stata una festa particolare, perchè riassumeva tutti questi valori e li festeggiava.
Stamattina non avevo in mente di scrivere su questo blog perchè si tratta di ricordi molto privati che raramente concendo al pubblico. Mi sono detta, però, che forse a volte raccontare di un mondo che non c'è più serve per capire dove il mondo che stiamo attraversando oggi sta andando.
L'inverno che ha tardato a passare ha lasciato sul terreno tracce di un contesto che si sta sgretolando e che fatica a trovare un nuovo principio che lo sorregga e che lo racconti. Abbiamo avuto una nuova riforma del lavoro che in questi giorni sta attraversando l'approvazione parlamentare; le aziende chiudono (e quando passo dalle mie parti e vedo per strada nuove bandiere di sindacati capisco che gli ennesimi licenziamenti sono alle porte) - alcune per mancanza di lavoro altre perchè preferiscono spostare la produzione all'estero -; gli imprenditori faticano a tenere in piedi le proprie attività e talvolta saldano il conto con un gesto estremo; nonostante le norme di sicurezza le "morti bianche" diminuiscono ma non cessano di esserci; nel nostro Paese si sta diffondendo la sensazione di una generazione di "nativi precari", di cui anch'io faccio parte, alcuni dei quali decidono di raccontare in rete la propria vita (qui e qui un paio di esempi, questo invece un lungometraggio realizzato sul tema); non si possono dimenticare i lavoratori che dei propri diritti non vedono neanche l'ombra (qui alcune statistiche sul lavoro minorile).
Personalmente la flessibilità lavorativa non mi spaventa, anzi, lo trovo un modo per sfidare continuamente le mie capacità. Certo, è stancante dal punto di vista mentale, ma credo che anche a questo ci si possa  abituare trovando un equilibrio di sopravvivenza.
Al di là della mia condizione personale, quello che mi fa riflettere maggiormente è il fatto che ci sono riflessioni che mettono a tema questa condizione, ma sono scarsamente collegate, hanno poca visibilità mediale, rimangono sovente confinate nelle pieghe di internet e affidate alla buona volontà di chi vuole setacciare il web alla ricerca di notizie a tema. Certo, unire i puntini e far emergere un presagio di futuro ci mette nella difficile condizione psicologica di ammettere che la terra sta tremando anche sotto i nostri piedi e d'altra parte anche la necessità di non scatenare il panico collettivo ha un suo peso. Ma qual è il limite in cui il tranquillante diventa anestetico?
La Festa dei Lavoratori è nata sullo scorcio del 19° secolo negli Stati Uniti ed è stata importata all'inizio del 20° secolo in Italia (qui e qui qualche notizia in più). Oggi a ricordarci che è il 1° maggio ci pensa anche Google con un doodle dedicato. Si tratta di una festa strana, che sopravvive nonostante lo scarso appeal commerciale: non c'è niente da regalare, anzi, l'invito è quello di chiudere le attività commerciali e di non lavorare. Si regala, appunto, un giorno di ferie. Si potrebbe dire che oggi sia una festa dell'assenza, assenza anche di quel lavoro da cui dovremmo prendere riposo. Forse è proprio dalla mancanza che dovremmo ripartire, perchè, come ci insegna Heidegger, la povertà nasce quando non ci si rende nemmeno conto della mancanza come mancanza (certo, lui parlava di Dio, ma possiamo concederci una piccola licenza). E spetta a noi scegliere se vogliamo essere ciechi fino in fondo e fingere che la mancanza non ci sia o ammetterla e da questo ripartire.
Buona Festa del 1° maggio.

venerdì 30 dicembre 2011

Blog. Alla riscossa?

Proprio mentre la mia attività neuronale stava per essere anestetizzata da dosi eccessive di panettoni e cioccolatini, ecco che mi basta un breve passaggio su Twitter per risvegliare in un batter d'occhio l'istinto riflessivo. Ma questo è il bello dei social network, e soprattutto di Twitter: veloci, accessibili 24/7 e utilizzabili per aggregare contenuti da fonti diverse. Il dibattito che anima la blogosfera e non solo, ben riassunto dallo storify di Giovanni, è l'annosa questione sulla sopravvivenza o la morte definitiva del blog.
Guarda caso sto scrivendo proprio in queste settimane sull'argomento per concludere un lavoro che da troppo tempo giace incompiuto.
Risveglio allora il blog per dire due parole sulla questione con il taglio che mi compete, mi sembra il minimo visto che ci troviamo in un blog che dovrebbe parlare di blog.
Avevo già provato a scrivere qualche considerazione sulla blogosfera a margine della BlogFest, le trovate qui. Ho letto i diversi contributi sull'argomento scritti in questi giorni, che trovate sia nello storify sopracitato sia con una semplice ricerca su Twitter con #risorgiblog.
Vorrei partire con una breve, e non esaustiva, definizione delle caratteristiche di blog e social network, essenziale a mio avviso per rispondere alla domanda di partenza.
Detto in termini essenziali, un blog è un sito web in cui pubblicare in modo disintermediato contenuti di vario genere. Ha una struttura ormai canonica in cui l'ordine di pubblicazione è cronologico inverso e in cui compaiono alcuni sezioni specifiche (es: link, blogroll, archivi e widget di vario genere per essere sintetici).
Dei blog fa parte anche il mondo delle relazioni che si sono costruite attorno ad esso, ma in ordine cronologico e logico prima viene il contenuto, mentre nei social network avviene l'inverso, ovvero si parte da relazioni che poi vengono sostanziate da contenuti. Nel tempo è naturale che le dinamiche possano variare, che per esempio su Twitter si creino molte relazioni perchè si pubblicano contenuti interessanti, o che si mantengano le relazioni costruite sul blog, magari attraverso un social network, sebbene il blog non venga più aggiornato. 
Se rispetto il blog implica una gestione maggiormente onerosa in termini di tempo (sia per la scrittura che per la gestione operativa, questo almeno all'inizio e per la sua manutenzione periodica), i social network sono molto più immediati: pochi click e apri un profilo. Il blog è casa tua, ovvero lo gestisci come meglio credi, mentre l'utilizzo del social network è vincolato sempre in qualche modo alle scelte della piattaforma.
Come tanti hanno già osservato, il blog è ben indicizzato dai motori di ricerca e non ha limiti di spazio, mentre i social network sono sistemi che consentono una flessibilità di privacy (a dire la verità anche alcune piattaforme di blog) ma hanno limiti nella lunghezza dei contenuti (Twitter docet).
Detto questo, cosa succederà al blog? La mia idea, (arricchita anche da due conversazioni, una con Gianluca Neri e una con Luca Sofri), è che se la parola blog è morta, non è morta la sua funzione.
Risorgeranno, quindi, i primo luogo i discorsi che riguardano il blog dal momento che erano effettivamente scomparsi. A seguito della popolarizzazione della rete e di un assestamento della diffusione dei social network è probabile un acutizzarsi della targettizzazione delle piattaforme, anche rispetto alla funzione principale che ciascuna assolve. Certo, il nuovo Diario di Facebook getta scompiglio ma non credo che, per quanto esso riprenda le funzioni diaristico-narrativa-memoriale del blog, possa sostituirlo completamente.
La popolarizzazione della rete porterà, inoltre, complici i nuovi device come i tablet, ad un rafforzamento della lettura in rete, sia dei blog che dei quotidiani online.
In sintesi, quindi, a mio avviso il nodo della questione è che il blog risogerà perchè tornerà ad essere, con più compiutezza e consapevolezza di quanto è avvenuto in passato, uno spazio di racconto e di opinione, complementare ai social network che potranno assolvere in modo più rapido e flessibile la funzione di commento e condivisione dei contenuti, coinvolgendo anche coloro che non hanno un blog. In questo senso il termine blogger già da tempo ha acquisito questo significato, di colui che ha un blog e che con esso esprime una propria opinione su argomenti specifici. Non credo ci sarà, però un aumento significativo del numero di blog quanto piuttosto una loro progressiva profilazione per temi e argomenti e l'emersione di nuove figure accanto ai blogger consolidati. In ogni caso non è più possibile pensare alla blogosfera come ad un'entità separata quanto come ad una parte di un "arcipelago web", per citare Weinberger, in cui i collegamenti e le contaminazioni contanto tanto quanto i territori (affermazione con retrogusto deleuziano, lo ammetto).
Buona parte di questa partita verrà giocata anche dai social network e da come i loro continui cambiamenti verranno recepiti.
Vediamo se il 2012 ci porterà le risposte che attendiamo. Nel frattempo, buon anno a tutti!

lunedì 10 ottobre 2011

Considerazioni (serie) sulla BlogFest. Ovvero quel che resta dei blog.

L'avevo promesso: alle considerazioni frivole ne sarebbero seguite altre più serie sulla BlogFest. Di discorsi ce ne sono già stati tanti, a giudicare dalla rassegna stampa e internet.
Provo a riassumere i primi ragionamenti che ho provato a fare, in forma ancora molto abbozzata e con molti rilanci interrogativi.
La prima cosa che mi ha colpito, da studiosa dei blog, è stata l'equiparazione di siti e blog ai Macchianera Blog Awards 2011, con blog nicchia che hanno vinto accanto a siti istituzionali, certo una conseguenza (anche) delle votazioni molto ampie e in qualche modo "popolari", se consideriamo che oltre 17.599 sono stati i votanti. Se quindi, come mi ha detto Gianluca Neri, il la parola blog è morta, non è morta la sua funzione: le persone che desiderano condividere il proprio stream quotidiano sono migrate sui social network, Facebook in particolare, più facili da usare, mentre coloro che desiderano mantenere un taglio di opinione o giornalistico, sempre per citare Gianluca Neri, si tengono il blog. Possiamo quindi dire che l'area semantica della parola blog si è estesa e ristretta allo stesso tempo: da un lato la funzione diaristica/narrativa si è espansa sui social network, dall'altro si è concentrata sul taglio di opinione. Si tratta di strumenti diversi con forme di gestione differente: i social network consentono di gestire in modo flessibile la propria visibilità e la frequenza di aggiornamento, mentre sul blog c'è una maggiore possibilità di conquistarsi un pubblico, ampio o di nicchia, con cui condividere i propri interessi. Direi, quindi, che la blogosfera (se esiste e se si può definire tale) ha raggiunto un deciso livello di assestamento anche in Italia. 
E Twitter, strumento tanto usato proprio alla BlogFest? Si colloca a mio avviso a metà: consente di scrivere aggiornamenti veloci, da cui non si ricava un vero e proprio diario, ma al contempo si premia l'opinione tagliente, condivisibile e/o contestabile, commentabile. Le mezze stagioni, insomma, dentro e fuori dal web non sono più di tendenza. Anche questo mi sembra un dato degno di nota: come ha  evidenziato Jacopo Tondelli de LINKiesta, il web (finalmente!) non è più solo il post delle frivolezze e delle notizie brevi ma anche degli approfondimenti e degli articoli d'opinione.
Chiudo, per ora, con un'ultima considerazione, che si ricollega allo slogan della BlogFest che è stata una "bella festa. Una gita di classe". Ora, se c'è una gita di classe c'è anche una classe che va in gita, se la logica non mi inganna. Se c'è una classe, cosa la definisce? Non certo la condivisione di uno spazio fisico quanto piuttosto (almeno in parte) virtuale (ma non chiedetemi di approfondire ora il concetto di virtuale: potrebbe uscire una Treccani) che alimenta le connessioni.
Mi spingerei a dire che una parte degli utenti che si muovono in rete sta assumendo una fisionomia definita che si può ricondurre ad alcuni  tratti (ne cito solo alcuni ma sono certa che siano pochi): la condivisione di un circuito di cultura non mainstream, la ricerca di fonti d'informazioni critiche, il desiderio di poter dire la propria e di non accontentarsi di utilizzare la rete come serbatoio di risorse ma di farsi promotori di iniziative per la rete e non solo. D'altra parte, a dispetto di tanti discorsi che talvolta ritornano, sono convinta da sempre che stare in rete sia più di nutrire un hobby o di fruire semplicemente degli stessi servizi in maniera flessibile e accessibile 24/7 ma che, in virtù della sua natura ibrida fra artefatto e prodotto culturale e del fatto che sia un medium, sia parte integrante della vita quotidiana senza scissioni dualistiche.
Certo, si può fare di più e, attenzione, non penso solo/necessariamente a una mobilitazione politica, ma del risveglio di un tessuto sociale assopito e sfilacciato. Sognarsi una "primavera italiana" credo sia idealistico, piuttosto mi aspetterei la presa di coscienza, dentro e fuori dalla rete, dell'esistenza di un valore reale di almeno una parte di quello che accade online, e non solo un'alternativa gratuita o di serie b rispetto agli altri canali di comunicazione.