lunedì 2 novembre 2009

Parnassus o dell'immaginazione

Diceva Foucault: "L'immaginario si annuncia come una trascendenza, in cui, senza apprendere niente di sconosciuto, io posso "riconoscere" il mio destino"*.

Parnassus mi ha ricordato molto il dibattito interno alla storia della filosofia sullo status e il ruolo dell'immaginazione. E' un film letteralmente visionario, giocato sulla contrapposizione, quasi fosse Alice nel paese delle meraviglie, fra ciò che c'è fuori e dentro lo specchio. Ammetto di non aver compreso tutto della trama, soprattutto del finale concitato forse non del tutto compiuto anche a causa della prematura scomparsa da Heath Ledger, ma mostra meravigliosamente quale forza e potere abbia l'immaginazione, che non si limita ad essere un mondo parallelo ma ha delle conseguenze sulla realtà.
Coloro che infatti riescono in qualche modo a dominare la propria immaginazione e i propri vizi escono indenni dallo specchio mentre coloro che nell'immaginazione cadono in preda di essi e non riescono a riscattarsi ne vengono fagocitati.
A metà fra mondo reale e immaginazione ci sono Parnassus, l'essere intermediario, il mezzo che consente di accedere all'immaginazione, sua figlia Valentina che viene salvata all'ultimo minuto e Anton, che non a caso nella scena iniziale si presenta come Mercurio, il messaggero degli dei e quindi come tale a metà fra il mondo degli umani e degli dei. Numerosissimi sono i temi toccati fra cui, solo per citarne alcuni, il patto con il diavolo (come nel Faust), l'amore e la morte, l'immortalità, la sofferenza, il denaro e l'onestà.
Un film quindi decisamente affascinante, se non altro per i mondi che evoca e per le riflessioni che può far nascere. Ulteriori informazioni sulla pagina di Wikipedia dedicata (la comunicazione online è purtroppo decisamente scarsa, almeno ad ora).

* Introduzione in Biswanger, Sogno ed esistenza

sabato 31 ottobre 2009

Pervasività mediale

L'altro giorno me ne sono uscita con una strana espressione che abitualmente non appartiene al mio vocabolario. Non me la ricordo ma è singolare che io ne abbia spiegato la ragione a partire da un'espressione abituale in Facebook.
Sono innumerevoli le frasi e i modi di dire che sono stati coniati a partire dal vocabolario dei media. Però un conto è usare quelle che da cinquant'anni a questa parte sono diventate di uso comune perchè la televisione, la radio o la stampa li hanno fatti circolare, un altro è essere attivi agenti della trasformazione linguistica.
In questo senso la distinzione fra "nativi digitali" e "immigranti digitali" si può tradurre nel fatto che chi è un immigrante avverte la differenza fra il prima e il dopo, mentre i nativi sono quasi assuefatti dalla saturazione mediale che non avvertono le sfumature e l'importanza di queste contaminazioni. Molto spesso quando faccio lezione all'università ho questa sensazione: che quello che per me è straordinario per gli studenti non sia altro che normale, scontato e in fondo quasi banale.
Per questo sarebbe davvero opportuno avviare dei progetti di educazione ai media, non solo per insegnare un corretto uso, ma anche per rendere consapevoli (oggi che si può e che non si tratta più di usare la televisione per favorire l'alfabetizzazione come è stato negli anni Sessanta) del passaggio straordinario che stiamo vivendo.

venerdì 30 ottobre 2009

la crisi della stampa e il design delle notizie

Ho avuto l'occasione mercoledì di partecipare all'inaugurazione dell'Anno Accademico all'Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia in cui Javier Errea ha tenuto una lectio magistralis sul tema “Informazione giornalistica e comunicazione visiva. Lo stato dell’arte in Italia e in Europa”.
Errea, giornalista e grafico vincitore di numerosi riconoscimenti per il suoi lavori, è Presidente della Society for News Design – area del Mediterraneo e ha proprio insistito sull'importanza del design delle notizie ossia del fatto che non si fa informazione solo con un testo e una fotografia ma anche con l'organizzazione spaziale degli stessi e con le componenti grafiche.
Quello che ha colpito il giornalista spagnolo di questo periodo non è tanto la crisi, quanto la reazione alla crisi dei giornalisti che stanno adottando escamotage per ridurre i costi (come la riduzione in formato tabloid, l'eccessiva presenza di pubblicità nelle pagine o il ridisegno delle pagine non sorretto da un pensiero strategico sul giornale stesso) che però non fanno altro che alimentare un circolo vizioso di calo delle vendite.
L'informazione a stampa secondo lo spagnolo non morirà perché il formato digitale non garantisce quella condivisione sociale delle notizie che è una delle funzioni principali del mezzo.
La sua soluzione è quella quindi di ripensare ai giornali con un "giornalismo grafico" che si avvale di diverse strategie di comunicazione e si adatta al contesto storico e culturale in cui si trova, un po' come il logo della Coca Cola che viene ridisegnato a seconda del paese di vendita del prodotto.
Ecco un esempio di quello che intende attraverso uno dei lavori a cui ha collaborato, la creazione di "El Economista", giornale economico spagnolo a colori:


lunedì 26 ottobre 2009

Facebook aggiorna le notizie

E' di questi giorni la novità nella home di Facebook in cui sono state create due sezioni: "Notizie" e "Notizie in Tempo reale". Nella prima sono compresi solo alcuni aggiornamenti (di cui non mi è ben chiaro il criterio di selezione ma mi pare si concentri sugli aggiornamenti di status e su alcune azioni come la pubblicazione di foto) mentre nella seconda è contenuto tutto lo stream di cosa sta accadendo. Un seconda novità è stata introdotta rispetto ai suggerimenti che non riguardano più solo gli amici potenziali ma anche le azioni che si possono fare: "scrivi sulla sua bacheca" oppure "aiutalo a trovare nuovi amici".

Questo ci dice non poche cose. In primo luogo ci fa capire che gli amici e le loro azioni sono così numerosi che è difficile tenere il passo di tutto quello che succede. Secondariamente, che la cosa più importante di un profilo è lo status. Terzo, è sintomo che non tutti gli utenti sono attivi, tant'è che Facebook stesso ci suggerisce di implementare le nostre azioni e le loro.

A livello teorico si può fare un passo in più e giungere a dire che si stanno delineando degli stili di fruizione di Facebook (che sarebbe interessante indagare) ma anche che non tutte le azioni hanno lo stesso peso, una distinzione che ci porta a quella fra action e agency, ossia fra un'azione meditata e una che invece è quasi irriflessa.
Posto, infatti, che essendo volontario l'accesso a Facebook, tutte le azioni sono volute e in qualche modo pensate, si potrebbe però ipotizzare che alcune fanno parte della "ordinaria amministrazione" del profilo (trovare nuovi amici, pubblicare link, fare un like) perchè si possono fare con un semplice gesto e altri invece che richiedono una riflessione, anche se minima, come scrivere uno status, pubblicare e teggare una fotografia o ancora fare un quiz.

martedì 7 luglio 2009

i funerali di un uomo o la celebrazione di un mito?

Vista dall'Italia e contestualizzata nella situazione internazionale dove i morti sono tantissimi ogni giorno, la cerimonia commemorativa di Michael Jackson allo Staples Center di Los Angeles assume dei contorni decisamente surreali. E' certamente un evento mediale, ma rispetto ad altri eventi dello stesso genere, funerali nella fattispecie, mi sembra che ci siano alcuni punti interessanti da sottolineare:
- La decisione di fare due cerimonie differenti, una per la famiglia e una per un selezionato numero di fortunati fans, esprime sorta di pudore da parte dei famigliari che hanno voluto avere un momento tutto per loro, facendo solo una rapida incursione al termine della commemorazione allo Staples Center.
- Conseguenza di questa scelta è il fatto che, a differenza dei funerali di Lady Diana o di Giovanni Paolo II (perdonatemi l'accostamento), il pubblico non partecipa strettamente al lutto ma al ricordo, e quindi non tanto alla perdita dell'uomo Michael Jackson quanto del mito.
- Per fare questo è stato scelto uno stadio, che ha un valore simbolico in senso stretto poiché il cantante stava facendovi le prove per i suoi prossimi concerti, e in senso lato, perché lo stadio, da sempre, è il luogo per eccellenza dove il pubblico assiste ad uno spettacolo.
- La bara in mezzo al pubblico è un altro elemento che diverge da stilemi a cui altre cerimonie ci hanno abituato. Non è circondata da un'aura di sacralità ma semplicemente posta sotto il palco, quasi a dire che la morte non è lontana, un evento remoto, ma vicina, tangibile (tanto che la bara viene toccata anche durante le esibizioni degli artisti presenti).
- Quali funzioni possiamo attribuire a questa cerimonia? Essa aiuta a rielaborare a tempo di record un lutto collettivo e a fissare nella memoria una precisa immagine del defunto. Contribuiscono a dare forza a questo processo gli spazi allestiti per dare l'opportunità ai fans di lasciare un ricordo (gli schermi ma anche il sito web ufficiale) consentendo alla perdita di radicarsi nella vita di ciascuno: Jackson era uno per tutti ma ciascuno ha il suo ricordo di lui.

Questi elementi mi spingono a leggere un continuo rimando fra l'uomo Michael e il mito, così come era accaduto durante la vita dell'artista che si gettava in pasto ai media accusandoli poi di avergli sottratto la privacy.

lunedì 29 giugno 2009

può un mito morire?

Il re del Pop è morto. Dovevo aspettare una notizia tanto epocale per ridare vita al blog.
Della morte di Michael Jackson mi ha colpito la rilevanza mediatica. Ma non nel senso che attribuiamo a questa espressione negli ultimi anni.
Il genere del reality ha innovato molto lo stile televisivo e il modo di realizzare altri contenuti come, per esempio i documentari. Nel caso della morte e delle celebrità si sono generate situazioni spesso al limite della narrabilità, come accade per coloro che hanno deciso di farsi riprendere durante gli ultimi giorni di vita o di raccontare alle telecamere la propria malattia, come peraltro ha fatto Farrah Fawcett.
Michael Jackson ha invece tenuto i media all'oscuro del proprio reale stato di salute, mentre si susseguivano negli ultimi mesi voci (più o meno verosimili) di malattie. Si è circondato di un alone di mistero costruendo la sua figura come i re dell'antichità.
Possiamo dire che egli abbia capovolto lo schema di J. B. Thompson* per cui la visibilità mediatica offre un maggiore numero di occasioni ai personaggi del potere di farsi vedere. Egli ha utilizzato le occasioni giuste per farsi vedere, sfruttando però anche i momenti di ombra, di oscurità, dichiarando apertamente di voler essere lasciato in pace dai media salvo poi non poterne fare a meno per promuovere la propria arte.
E così tra una voce e l'altra (malattie, la vendita del ranch di Neverland, i processi) la vita ha preso il sopravvento e se l'è portato via, così improvvisamente che ora i mass media vogliono quasi pagare il pegno per esserselo dimenticato, per non aver indagato più a fondo sul suo stato di salute, i suoi figli, il suo patrimonio.
In questa dialettica di ricordo - dimenticanza, redenzione - senso di colpa Jackson vince facendosi raccontare ancora in terza e quarta pagina, non relegato nelle pagine degli spettacoli o della cultura ma della cronaca internazionale.
In questa difficoltà di distinguere la realtà dalla costruzione, il vero dal verosimile assistiamo ora dopo ora alla sedimentazione di un mito, di una narrazione che si fa leggenda e che, in questo modo, diventa eterno e che come tale non può morire.


* Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, 1998

lunedì 23 febbraio 2009

5 motivi per cui non ci libereremo di Sanremo tanto facilmente

Devo ammettere di aver avuto la tentazione più volte di scrivere un post caustico su Sanremo ma poi ho pensato che sarebbe stato meglio aspettare.

In cuor mio speravo che quest'anno gli ascolti sarebbero definitivamente crollati e ci saremmo liberati da un fantasma ormai lacero che si agita nelle nostre televisioni da quasi sessant'anni. E invece no, devo ammettere, citando la Pausini, che probabilmente non ci abbandonerà ancora per qualche anno.

Ecco, dal mio umile punto di vista, perchè:
1. Bonolis aveva una missione: risollevare gli ascolti e ce l'ha fatta. Gli inserzionisti sono felici e pure mamma Rai, cosa si potrebbe volere di più? Una ricetta di show e ritmo al punto giusto con una dose (quanto basta) di polemiche ci garantiscono che almeno per una decina d'anni si tenterà ancora di rianimare l'agonizzante, con o senza Bonolis (ci sarà pur sempre qualcuno che oserà dire "farò meglio di lui").
2. Anche quelli che hanno detto "Io di Sanremo non ho guardato neanche un minuto" in fondo sanno che avranno bisogno ancora di un nemico da combattere per affermare il loro status controculturale.
3. I nostalgici della vecchia televisione, del Sanremo che "ah, ai miei tempi le canzoni erano un'altra cosa" non si priveranno certo facilmente del rito di seguire le canzoni e improvvisarsi critici musicali.
4. I media, tutti compresi e nessuno escluso, si alimenteranno ancora volentieri della carcassa - a volte misera, a volte succulenta - della kermesse soffiando sul fuoco delle polemiche o abbandonandosi nelle dolci lodi dei suoi fautori (e incrementando così le vendite e gli ascolti).
5. Ci sarà bisogno di Sanremo per sostenere i reality come "X-Factor" e "Amici", per dire che al Festival non si scoprono più i talenti, salvo poi eleggerlo contraddittoriamente ad altare della consacrazione dei nuovi idoli.

Mi dispiace ammettere che tutto questo ha già condotto alla morte della musica. Lo spettacolo di Saremo era quello delle emozioni che le canzoni sapevano trasmettere.
Le emozioni ci sono ancora: non vengono più dalla musica ma dalle vicende tormentate degli artisti di cui si segue la storia, l'evoluzione della tecnica, la crescita interiore e le liti con i maestri e i compagni.
In fondo ciò che conta è il melodramma, la defilippizzazione delle strategie narrative per cui fa ascolti ciò che si trascina in un turbinio di sentimenti dove non ci sono vie di mezzo tra bene e male, tra giusto e sbagliato. Il fatto doloroso è che anche l'audience si è tarata su questa lunghezza d'onda.
Non a caso lei, la sanguinaria, non era conduttrice, ma valletta-musa dell'ultima serata. Una definitiva elezione a legislatrice della televisione italiana.