mercoledì 26 marzo 2014

The Blog Up: una ricerca, un blog, un libro.

Ebbene sì, è finalmente il momento di rompere gli indugi. A suonare il campanello è stato questo tweet di Franco Angeli:



Ho sempre pensato, desiderato, immaginato che avrei scritto un libro, ma di poesie, che ritengo ancora oggi sia la modalità più congeniale di esprimere quello che penso. Poi le vicende della vita mi hanno portato a scrivere un libro accademico, che prende le mosse dalla tesi di dottorato che ho iniziato nel 2005, difeso nel 2008 e che nel 2007 mi ha spinto ad aprire questo blog.
Una tesi, una ricerca, una passione tutto a tema blog. Perché, come periodicamente si dibatte nella blogo/twitter-sfera, il blog è morto ma è anche vivo più che mai.
Come intuibile da questa cronologia, la gestazione del volume è stata lunga, direi circa quattro anni. Chi mi conosce sa che sono timida, perfezionista, incostante (forse la più grande costante del mio carattere) qualità fatali per la redazione di un'opera che - non vorrei citare Platone ma mi viene spontaneo - poi camminerà con le sue gambe e di cui si perde il controllo. Per fortuna sono anche testarda e quindi piano piano, pagina dopo pagina, il libro ha preso forma e si potrà trovare in libreria da fine aprile, ma c'è anche la versione ebook. Dirò di più, visto che la redazione è stata così lunga, l'abbiamo anche presentato qui prima che uscisse ancora con il suo titolo provvisorio (grazie a Mafe De Baggis e gallizio che mi hanno ospitato al loro evento). Per la cronaca il titolo definitivo è "The Blog Up! Storia sociale del blog in Italia".

L'obiettivo del libro, che ha un taglio accademico e insieme pop, come direbbe Giovanni Boccia Artieri (curatore della collana MediaCultura in cui esce il libro insieme con Lella Mazzoli), è quello di raccontare la storia sociale del blog in Italia, ovvero come il blog sia arrivato e si sia sviluppato in Italia attraverso le voci dei blogger e le dinamiche sociali che ha attraversato nel tempo e che lo percorrono oggi. Data la vastità dell'argomento il libro si concentra in modo particolare sui blog personali.
L'auspicio è quello di aver costruito un quadro complesso, benché ciascuno di voi potrà certamente individuare qualcosa che manca. Sarò lieta di discuterne con chi vorrà e di accogliere pareri, commenti e recensioni. Perché - chissà - magari un domani potrò scriverne una parte seconda.
Ma per questo non c'è fretta, nel frattempo (se il binomio perfezione-timidezza non ha la meglio) nelle prossime settimane vorrei pubblicare una serie di post che raccontino meglio il libro. Come dire...un po' di storytelling non guasta mai!

mercoledì 30 maggio 2012

Twitter negli eventi di crisi: un decalogo (a quattro mani)


La mia generazione (per ora) non ha attraversato guerre, ma si continua a morire e non solo per la naturale fine della vita. Ci sono altri nemici da affrontare, non ultimo la terra che trema. A suo tempo mi raccontarono che nella Prima Guerra Mondiale Ludwig Wittgenstein scrisse parte del suo “Tractatus logico-philosophicus” sulle cartoline che mandava alla famiglia dal fronte, magari è solo una leggenda, ma si sposa bene con la struttura della sua opera
Un esempio come tanti per dire che non è solo il mezzo che conta ma anche il messaggio che contiene. De Kerckhove ci direbbe che siamo nella fase in cui “il messaggio è il messaggio”, qualsiasi mezzo lo trasporti. Quindi proviamo a fare due conti con il presente. Fra le innumerevoli opportunità comunicative ci troviamo fra le mani Twitter, strumento con cui condividere emozioni, informazioni e notizie anche nelle situazioni di emergenza. Ci si può divertire commentando le immagini che scorrono in tv ma può essere utile anche per diffondere le notizie provenienti da mondi lontani non coperte dai media tradizionali. Dal terremoto de L’Aquila abbiamo imparato che anche qui in Italia ogni medium è prezioso per fronteggiare le emergenze e che le istituzioni, talvolta, sono più lente ad appropriarsi dei nuovi media. Del rapporto dei recenti terremoti e Twitter si sono occupate diverse analisi (qui e qui alcuni esempi), mi sembra interessante provare a rilanciare la questione anche in termini più ampi e progettuali puntando a quel nodo nevralgico che è la costituzione di una sfera pubblica online, anche di dimensioni minime, in cui il click diventa un'azione davvero significativa. Ovvero, possiamo come utenti dare una forma attiva alla nostra presenza sui social network piegandola in forma eticamente responsabile?

Ho lanciato l’idea a Giovanni (che ringrazio per la disponibilità ad accettare le idee anche con tempi stringenti) di stendere un “decalogo” per l’uso di Twitter durante gli eventi di crisi raccogliendo anche molte delle istanze che circolavano su Twitter oggi e sistematizzandole. Questa è la proposta che ne è emersa, naturalmente ogni integrazione è benvenuta:

  1. Tieni libero l’#hashtag della crisi per le comunicazioni veramente importanti. Dimentica per un po’ il self-branding.
  2. Prova a frenare l’emotività e a riflettere su quello che pubblichi.
  3. Fai retweet delle comunicazioni dopo averle verificate. Spesso basta fare qualche facile ricerca in rete.
  4. Non diffondere contenuti allarmistici. Le parole hanno un peso: usale con cura.
  5. Impara a distinguere le opinioni dai fatti. Per le opinioni c’è tempo.
  6. Cura le informazioni che leggi. Insegna agli altri come distinguere i contenuti e ricerca i canali ufficiali evitando i “si dice”.
  7. Condividi le informazioni utili per il primo soccorso e per l’organizzazione degli interventi.
  8. Se sei un brand o un personaggio famoso metti a disposizione il tuo profilo per messaggi che è importante diffondere.
  9. Dimentica Twitter e i social network: pensa anche a che cosa puoi fare di concreto per la crisi che si sta attraversando. 
  10. Aiuta i media a diffondere le informazioni corrette e fai in modo che si parli “di quello che succede sul web” solo perché è stato concretamente di aiuto. 

martedì 1 maggio 2012

La Festa del 1° maggio

Sono cresciuta in una famiglia dove il valore del lavoro è sempre stato sacro. Uso l'aggettivo sacro, alquanto ingombrante, per far percepire quale importanza abbia per me sempre avuto il lavoro, che si traduce nel rispetto per il lavoro altrui, nell'esatto compimento del proprio dovere lavorativo, nella fiducia del lavoro come arma di riscatto sociale, nella dignità del lavoratore qualsiasi sia la sua mansione, nel rispetto degli strumenti utilizzati e del corretto utilizzo del ricavato del lavoro stesso. Per questo la Festa dei Lavoratori del 1° maggio per me è sempre stata una festa particolare, perchè riassumeva tutti questi valori e li festeggiava.
Stamattina non avevo in mente di scrivere su questo blog perchè si tratta di ricordi molto privati che raramente concendo al pubblico. Mi sono detta, però, che forse a volte raccontare di un mondo che non c'è più serve per capire dove il mondo che stiamo attraversando oggi sta andando.
L'inverno che ha tardato a passare ha lasciato sul terreno tracce di un contesto che si sta sgretolando e che fatica a trovare un nuovo principio che lo sorregga e che lo racconti. Abbiamo avuto una nuova riforma del lavoro che in questi giorni sta attraversando l'approvazione parlamentare; le aziende chiudono (e quando passo dalle mie parti e vedo per strada nuove bandiere di sindacati capisco che gli ennesimi licenziamenti sono alle porte) - alcune per mancanza di lavoro altre perchè preferiscono spostare la produzione all'estero -; gli imprenditori faticano a tenere in piedi le proprie attività e talvolta saldano il conto con un gesto estremo; nonostante le norme di sicurezza le "morti bianche" diminuiscono ma non cessano di esserci; nel nostro Paese si sta diffondendo la sensazione di una generazione di "nativi precari", di cui anch'io faccio parte, alcuni dei quali decidono di raccontare in rete la propria vita (qui e qui un paio di esempi, questo invece un lungometraggio realizzato sul tema); non si possono dimenticare i lavoratori che dei propri diritti non vedono neanche l'ombra (qui alcune statistiche sul lavoro minorile).
Personalmente la flessibilità lavorativa non mi spaventa, anzi, lo trovo un modo per sfidare continuamente le mie capacità. Certo, è stancante dal punto di vista mentale, ma credo che anche a questo ci si possa  abituare trovando un equilibrio di sopravvivenza.
Al di là della mia condizione personale, quello che mi fa riflettere maggiormente è il fatto che ci sono riflessioni che mettono a tema questa condizione, ma sono scarsamente collegate, hanno poca visibilità mediale, rimangono sovente confinate nelle pieghe di internet e affidate alla buona volontà di chi vuole setacciare il web alla ricerca di notizie a tema. Certo, unire i puntini e far emergere un presagio di futuro ci mette nella difficile condizione psicologica di ammettere che la terra sta tremando anche sotto i nostri piedi e d'altra parte anche la necessità di non scatenare il panico collettivo ha un suo peso. Ma qual è il limite in cui il tranquillante diventa anestetico?
La Festa dei Lavoratori è nata sullo scorcio del 19° secolo negli Stati Uniti ed è stata importata all'inizio del 20° secolo in Italia (qui e qui qualche notizia in più). Oggi a ricordarci che è il 1° maggio ci pensa anche Google con un doodle dedicato. Si tratta di una festa strana, che sopravvive nonostante lo scarso appeal commerciale: non c'è niente da regalare, anzi, l'invito è quello di chiudere le attività commerciali e di non lavorare. Si regala, appunto, un giorno di ferie. Si potrebbe dire che oggi sia una festa dell'assenza, assenza anche di quel lavoro da cui dovremmo prendere riposo. Forse è proprio dalla mancanza che dovremmo ripartire, perchè, come ci insegna Heidegger, la povertà nasce quando non ci si rende nemmeno conto della mancanza come mancanza (certo, lui parlava di Dio, ma possiamo concederci una piccola licenza). E spetta a noi scegliere se vogliamo essere ciechi fino in fondo e fingere che la mancanza non ci sia o ammetterla e da questo ripartire.
Buona Festa del 1° maggio.

venerdì 30 dicembre 2011

Blog. Alla riscossa?

Proprio mentre la mia attività neuronale stava per essere anestetizzata da dosi eccessive di panettoni e cioccolatini, ecco che mi basta un breve passaggio su Twitter per risvegliare in un batter d'occhio l'istinto riflessivo. Ma questo è il bello dei social network, e soprattutto di Twitter: veloci, accessibili 24/7 e utilizzabili per aggregare contenuti da fonti diverse. Il dibattito che anima la blogosfera e non solo, ben riassunto dallo storify di Giovanni, è l'annosa questione sulla sopravvivenza o la morte definitiva del blog.
Guarda caso sto scrivendo proprio in queste settimane sull'argomento per concludere un lavoro che da troppo tempo giace incompiuto.
Risveglio allora il blog per dire due parole sulla questione con il taglio che mi compete, mi sembra il minimo visto che ci troviamo in un blog che dovrebbe parlare di blog.
Avevo già provato a scrivere qualche considerazione sulla blogosfera a margine della BlogFest, le trovate qui. Ho letto i diversi contributi sull'argomento scritti in questi giorni, che trovate sia nello storify sopracitato sia con una semplice ricerca su Twitter con #risorgiblog.
Vorrei partire con una breve, e non esaustiva, definizione delle caratteristiche di blog e social network, essenziale a mio avviso per rispondere alla domanda di partenza.
Detto in termini essenziali, un blog è un sito web in cui pubblicare in modo disintermediato contenuti di vario genere. Ha una struttura ormai canonica in cui l'ordine di pubblicazione è cronologico inverso e in cui compaiono alcuni sezioni specifiche (es: link, blogroll, archivi e widget di vario genere per essere sintetici).
Dei blog fa parte anche il mondo delle relazioni che si sono costruite attorno ad esso, ma in ordine cronologico e logico prima viene il contenuto, mentre nei social network avviene l'inverso, ovvero si parte da relazioni che poi vengono sostanziate da contenuti. Nel tempo è naturale che le dinamiche possano variare, che per esempio su Twitter si creino molte relazioni perchè si pubblicano contenuti interessanti, o che si mantengano le relazioni costruite sul blog, magari attraverso un social network, sebbene il blog non venga più aggiornato. 
Se rispetto il blog implica una gestione maggiormente onerosa in termini di tempo (sia per la scrittura che per la gestione operativa, questo almeno all'inizio e per la sua manutenzione periodica), i social network sono molto più immediati: pochi click e apri un profilo. Il blog è casa tua, ovvero lo gestisci come meglio credi, mentre l'utilizzo del social network è vincolato sempre in qualche modo alle scelte della piattaforma.
Come tanti hanno già osservato, il blog è ben indicizzato dai motori di ricerca e non ha limiti di spazio, mentre i social network sono sistemi che consentono una flessibilità di privacy (a dire la verità anche alcune piattaforme di blog) ma hanno limiti nella lunghezza dei contenuti (Twitter docet).
Detto questo, cosa succederà al blog? La mia idea, (arricchita anche da due conversazioni, una con Gianluca Neri e una con Luca Sofri), è che se la parola blog è morta, non è morta la sua funzione.
Risorgeranno, quindi, i primo luogo i discorsi che riguardano il blog dal momento che erano effettivamente scomparsi. A seguito della popolarizzazione della rete e di un assestamento della diffusione dei social network è probabile un acutizzarsi della targettizzazione delle piattaforme, anche rispetto alla funzione principale che ciascuna assolve. Certo, il nuovo Diario di Facebook getta scompiglio ma non credo che, per quanto esso riprenda le funzioni diaristico-narrativa-memoriale del blog, possa sostituirlo completamente.
La popolarizzazione della rete porterà, inoltre, complici i nuovi device come i tablet, ad un rafforzamento della lettura in rete, sia dei blog che dei quotidiani online.
In sintesi, quindi, a mio avviso il nodo della questione è che il blog risogerà perchè tornerà ad essere, con più compiutezza e consapevolezza di quanto è avvenuto in passato, uno spazio di racconto e di opinione, complementare ai social network che potranno assolvere in modo più rapido e flessibile la funzione di commento e condivisione dei contenuti, coinvolgendo anche coloro che non hanno un blog. In questo senso il termine blogger già da tempo ha acquisito questo significato, di colui che ha un blog e che con esso esprime una propria opinione su argomenti specifici. Non credo ci sarà, però un aumento significativo del numero di blog quanto piuttosto una loro progressiva profilazione per temi e argomenti e l'emersione di nuove figure accanto ai blogger consolidati. In ogni caso non è più possibile pensare alla blogosfera come ad un'entità separata quanto come ad una parte di un "arcipelago web", per citare Weinberger, in cui i collegamenti e le contaminazioni contanto tanto quanto i territori (affermazione con retrogusto deleuziano, lo ammetto).
Buona parte di questa partita verrà giocata anche dai social network e da come i loro continui cambiamenti verranno recepiti.
Vediamo se il 2012 ci porterà le risposte che attendiamo. Nel frattempo, buon anno a tutti!

lunedì 10 ottobre 2011

Considerazioni (serie) sulla BlogFest. Ovvero quel che resta dei blog.

L'avevo promesso: alle considerazioni frivole ne sarebbero seguite altre più serie sulla BlogFest. Di discorsi ce ne sono già stati tanti, a giudicare dalla rassegna stampa e internet.
Provo a riassumere i primi ragionamenti che ho provato a fare, in forma ancora molto abbozzata e con molti rilanci interrogativi.
La prima cosa che mi ha colpito, da studiosa dei blog, è stata l'equiparazione di siti e blog ai Macchianera Blog Awards 2011, con blog nicchia che hanno vinto accanto a siti istituzionali, certo una conseguenza (anche) delle votazioni molto ampie e in qualche modo "popolari", se consideriamo che oltre 17.599 sono stati i votanti. Se quindi, come mi ha detto Gianluca Neri, il la parola blog è morta, non è morta la sua funzione: le persone che desiderano condividere il proprio stream quotidiano sono migrate sui social network, Facebook in particolare, più facili da usare, mentre coloro che desiderano mantenere un taglio di opinione o giornalistico, sempre per citare Gianluca Neri, si tengono il blog. Possiamo quindi dire che l'area semantica della parola blog si è estesa e ristretta allo stesso tempo: da un lato la funzione diaristica/narrativa si è espansa sui social network, dall'altro si è concentrata sul taglio di opinione. Si tratta di strumenti diversi con forme di gestione differente: i social network consentono di gestire in modo flessibile la propria visibilità e la frequenza di aggiornamento, mentre sul blog c'è una maggiore possibilità di conquistarsi un pubblico, ampio o di nicchia, con cui condividere i propri interessi. Direi, quindi, che la blogosfera (se esiste e se si può definire tale) ha raggiunto un deciso livello di assestamento anche in Italia. 
E Twitter, strumento tanto usato proprio alla BlogFest? Si colloca a mio avviso a metà: consente di scrivere aggiornamenti veloci, da cui non si ricava un vero e proprio diario, ma al contempo si premia l'opinione tagliente, condivisibile e/o contestabile, commentabile. Le mezze stagioni, insomma, dentro e fuori dal web non sono più di tendenza. Anche questo mi sembra un dato degno di nota: come ha  evidenziato Jacopo Tondelli de LINKiesta, il web (finalmente!) non è più solo il post delle frivolezze e delle notizie brevi ma anche degli approfondimenti e degli articoli d'opinione.
Chiudo, per ora, con un'ultima considerazione, che si ricollega allo slogan della BlogFest che è stata una "bella festa. Una gita di classe". Ora, se c'è una gita di classe c'è anche una classe che va in gita, se la logica non mi inganna. Se c'è una classe, cosa la definisce? Non certo la condivisione di uno spazio fisico quanto piuttosto (almeno in parte) virtuale (ma non chiedetemi di approfondire ora il concetto di virtuale: potrebbe uscire una Treccani) che alimenta le connessioni.
Mi spingerei a dire che una parte degli utenti che si muovono in rete sta assumendo una fisionomia definita che si può ricondurre ad alcuni  tratti (ne cito solo alcuni ma sono certa che siano pochi): la condivisione di un circuito di cultura non mainstream, la ricerca di fonti d'informazioni critiche, il desiderio di poter dire la propria e di non accontentarsi di utilizzare la rete come serbatoio di risorse ma di farsi promotori di iniziative per la rete e non solo. D'altra parte, a dispetto di tanti discorsi che talvolta ritornano, sono convinta da sempre che stare in rete sia più di nutrire un hobby o di fruire semplicemente degli stessi servizi in maniera flessibile e accessibile 24/7 ma che, in virtù della sua natura ibrida fra artefatto e prodotto culturale e del fatto che sia un medium, sia parte integrante della vita quotidiana senza scissioni dualistiche.
Certo, si può fare di più e, attenzione, non penso solo/necessariamente a una mobilitazione politica, ma del risveglio di un tessuto sociale assopito e sfilacciato. Sognarsi una "primavera italiana" credo sia idealistico, piuttosto mi aspetterei la presa di coscienza, dentro e fuori dalla rete, dell'esistenza di un valore reale di almeno una parte di quello che accade online, e non solo un'alternativa gratuita o di serie b rispetto agli altri canali di comunicazione.

venerdì 7 ottobre 2011

La morte di Steve Jobs, ovvero quando il lutto diventa collettivo.

Non amo addentrarmi in vicende già sviscerate, analizzate e celebrate. Direi, però, che questa volta non posso astenermi dallo scrivere qualcosa. Come sempre, però, lo farò a modo mio. Quando ho sentito ieri mattina della morte di Steve Jobs mi è dispiaciuto, come uomo prima che come visionario del nostro secolo. Il cancro porta via migliaia (milioni?) di persone ogni anno e la morte rimane una delle forme di democrazia ineludibili per l'umanità. Tocca a tutti, certo mi auguro il più tardi possibile per ciascuno.
Dopo anni di studi filosofici non posso non pensare che forse nessuno meglio di Martin Heidgger l'ha ricordato nella sua impietosa verità, con l'arzigogolata grazia che il suo pensiero ci ha concesso: l'essere dell'uomo è un "essere per la morte". Solo a partire dal suo limite si può comprendere a pieno l'uomo. Direi che ci sono analogie con la seconda parte del celebre discorso di Steve Jobs a Stanford.
Ma non è di questo su cui voglio riflettere, quanto piuttosto sulla condivisione della morte. Ieri (e oggi) ho aperto Twitter e Facebook e tutti parlavano di Jobs. Sono andata in ospedale per una visita e anche lì, una signora estraendo un iPhone, l'ha ricordato. Direi, quindi, che si va ben oltre una rilevanza mediatica. Se le nostre città stanno espungendo la morte isolando i cimiteri ai suoi confini e medicalizzando l'estremo momento del distacco in strutture sempre più specializzate, i media riportano al centro dell'attenzione tragedie e scomparse più o meno celebri. Siamo abituati al fatto che i media, istituzionalmente intesi, parlino della morte: è uno dei fatti maggiormente notiziabili e attira l'attenzione del pubblico.
Oggi però ci troviamo di fronte a un territorio nuovo, in cui la morte diventa oggetto di discorso da parte di un contesto misto di media istituzionali e spontanei, in cui anche le persone comuni possono trovare un momento per esprimere il proprio cordoglio, proprio come fanno in tanti portando fiori sui luoghi degli incidenti o alle camere ardenti. Certo, in questo modo l'individualità acquisisce un valore ancora maggiore perchè il gesto è visibile e può essere citato, condiviso e commentato. In particolare quello che accade sui social network sovrappone diverse aree di presenza. Mi spiego: la morte è un evento delicato e quanto più ci tocca da vicino tendiamo a condividerlo con le persone che conosciamo, con cui abbiamo una relazione intima (non nel senso di amorosa ma nel senso di forte, quotidiana e/o parentale e/o, anche certamente, amorosa). La condivisione del lutto su internet apre invece spazio alla condivisione di un evento che non necessariamente ci tocca da vicino con persone che non necessariamente ci sono accanto. Quello che mi chiedo è se  è se la condivisione socialmediale di un lutto lo rende più prossimo e ci fa riflettere sul senso della morte, o se piuttosto non contribuisce ad allontanarlo ulteriormente, mediatizzandolo nel senso di porre dei mediatori fra noi e l'evento. Andando ancora più in profondità, mi domando se l'enorme massa di conversazioni generate online da questi eventi sia legata solo ad un'ondata emotiva che trascina e in cui si avverte l'obbligo/desiderio di partecipare oppure se ci aiutano a recuperare una dimensione umana degli eventi di cui spesso i discorsi mediali aggrediscono solo la superficie puntando sugli elementi sensazionali o sui luoghi comuni.

domenica 2 ottobre 2011

Confessioni da una BlogFest

Confesso i miei peccati da  (studiosa di) blogger e ammetto che la mia prima BlogFest è stata quella di quest'anno, ovvero la terza edizione. Per espiare questo maltolto credo sarò obbligata a scrivere sul blog ogni giorno e, come tutte le penitenze, ciò non potrà che giovarmi.
Inizio subito, prima che la tentazione accidiosa di desistere abbia il sopravvento, e scrivo due righe a caldo, non da blogger, nè da studiosa nè da giornalista ma da curiosa che ha sbirciato tra le (larghe) maglie della BlogFest.
Riva del Garda è una perla incastonata fra il lago e le Dolomiti. Perdonate l'eccessivo tasso di zucchero (vi porto dell'insulina se necessario) ma la location mi ha proprio stregata, complici l'autunno estivo, che ha portato colori e odori a fondersi in modo meraviglioso, e la civile tolleranza dei residenti. Come promesso è stata una vera festa in cui ritagliare anche momenti dove discutere di temi seri e in cui, accanto agli incontri istituzionali (come quelli con l'AD di Telecom Italia Marco Patuano e con le redazioni di LINKiesta e Lettera43) lasciarsi tentare dall'irresistibile frivolezza femminile del 12Camp, con tanto di lezione accademica sul tacco 12. Torno a casa con un aggeggio che solo la pratica mi saprà dire se infernale o paradisiaco e nel frattempo ringrazio la giuria e le mie decoltè color tortora. Già che ci siamo confesso anche che ieri sera ho spudoratamente mancato il DJ set perchè il sonno ha preso il sopravvento sul mio povero neurone.
Fra i Macchianera Blog Awards, un aperitivo e un WriteCamp (che ahimè, ammetto, ho seguito solo per i primi minuti ma ho letto su Twitter essere stato strabiliante) i miei due giorni a Riva sono trascorsi in un attimo e non ho fatto in tempo a conoscere tutti quelli che avrei voluto, forse perchè questa volta non ho tampinato nessuno per elemosinare un'intervista per le mie ricerche. Pazienza, ne avrò una pronta per la quarta edizione. Nel frattempo preparo un post serio e impostato per domani, come conviene alla mia immagine di studiosa, e...affilo i tacchi per la prossima passerella!

Gallizio e Mafe De Baggis durante il WriteCamp.