lunedì 19 novembre 2007

let's talk about it

avevo letto a suo tempo (quello della tesi) un libro molto interessante di David Weinberger, Arcipelago Web.
casualmente ho ritrovato lo stesso autore in un articolo su marketing e web 2.0, che si può trovare qui.
mi avevano colpito fin dall'inizio le sue lungimiranti analisi e la sua intelligenza colpisce ancora nel nuovo scenario della rete, quando si parla di web 2.0.
la tesi da cui è partito nell'intervento di cui sopra è "markets are conversations". mi pare più che giusto: non è più (e forse non è mai stata) un'azienda a proporre il suo messaggio e il ricettore ad andare nel negozio per comprare il prodotto pubblicizzato, ma occorre conversare con il proprio pubblico. per fare questo occorre un ripensamento radicale del modo di porsi sul mercato ma anche di fare azienda.
non penso ci si possa mettere in quest'ottica quando le grandi multinazionali propongono una brillante immagine di copertina e poi sfruttano i lavoratori meno pagati del pianeta per proporre merci a costi "concorrenziali", impoverendo così il loro paese d'origine (il riferimento a famose case italiane soprattutto di moda non è del tutto casuale).
per avere un buon prodotto occorre innanzitutto motivare i propri dipendenti e pagarli, in modo che a loro volta alimentino l'economia. come al solito non è materia di economia ma di buon senso. la gestione aziendale degli ultimi anni mi sembra andare nella direzione opposta, muovendo la scusante dei crescenti costi di gestione. forse sarebbe meglio indagare quali erronee linee di crescita hanno messo in ginocchio le aziende, o la mancanza di quali fondi (governativi per esempio) ha fatto mancare l'avanzo sperato. forse stanno venendo meno quelle figure di grandi imprenditori che hanno fatto letteralmente la propria attività dal nulla insieme con i propri dipendenti e che ancoravano il loro senso degli affari ad una forte istanza etica.
come direbbero i filosofi, non c'è agire che non sia moralmente connotato, nel bene e nel male. da qui occorre ripartire per instaurare una vera conversazione, altrimenti si rischia di ricadere in slogan pubblicitari ben fatti nella forma ma vuoti nella sostanza.

4 commenti:

Gianluca ha detto...

" ...come direbbero i filosofi, non c'è agire che non sia moralmente connotato ..." significa che dovremmo studiare un po di filosofia tutti quanti?

:-)

Elisabetta ha detto...

io direi di sì...però non è così facile e il mio parere è di parte :)!

Fabrizio - ikol22 ha detto...

Ci sono stati imprenditori forse anche ignoranti ma geniali nel loro campo come Ferrari e Rizzoli, per citare giusto i primi due che mi sovvengono, di certo lontani dallo studio della filosofia ma certamente ancorati a una forte istanza etica.

Oggi li chiameremmo "imprenditori" ma allora si chiamavo Padroni e anche il termine (brutto) rendeva l'idea di quanto e come stesse loro a cuore il destino dell'azienda. Un destino che non poteva passare per il destino delle loro maestranze.

Rizzoli si dispiaceva di incontrare persone in ascensore che lui purtroppo non riconosceva perchè egli concepiva l'azienda attorno all'uomo. E' un film fin romantico.

Sai come si traducono oggi le istanze etiche dei manager di successo? Nella ricerca del potere e del successo. Il fallimento di un'azienda si ha nel momento preciso in cui all'ultimo dei suoi dipendenti non importa del destino dell'azienda stessa e costoro, capaci di distruggere il senso di appartenenza coltivato per anni da una dirigenza definita obsoleta quando non derisa, vivono del successo immediato frutto non di una politica gestionale di lungo respiro ma dell'immediato effimero e controproducente risparmio ottenuto si questo o quel versante.

Non appena l'azienda vacilla, se ne vanno felici perché a loro poco importa del suo destino. Via, di corsa a rovinare un'altra azienda.

Vuoi i nomi?

Elisabetta ha detto...

niente nomi, grazie...mi bastano le esperienze personali (non dirette ma personali)!