giovedì 13 marzo 2008

anatomia di una testata mondiale

sono reduce da una giornata trascorsa con il sociologo italiano Sergio Manghi. devo ammettere che restare nel limbo fra la consegna e la discussione della mia tesi ha il pregio (forse l'unico) di far apprezzare quegli aspetti della vita universitaria, come i convegni e le conferenze, che in altri casi sarebbero tediosi e che invece risultano ottimi modi per occupare il tempo libero.
la mattinata è stata dedicata al teso dell'autore "Anatomia di una testata mondiale o della follia del calciatore" (qui ne trovate una breve presentazione) in cui il sociologo ha re-interpretato la famosa testata dell'Olympia Stadion in chiave epica come di una testata al proprio orgoglio ferito, alla propria patria che l'aveva costretto a risollevare le sorti dei bleus e al fatto che non ci fosse riuscito.
e, aggiungo io, è stato un modo per riabilitare la sconfitta dei francesi: non hanno perso perché gli italiani erano più forti ma perché per un attimo di follia il loro eroe era uscito di scena.
il pomeriggio è stato invece quasi interamente occupato dalla dissertazione, fatta dallo stesso Manghi, sull'idea di soggettività in Edgar Morin, con spunti che spaziavano dalla sociologia alla filosofia. è stato un seminario per addetti ai lavori molto fecondo perché ha messo in luce (ancora una volta, ma per certi concetti repetenda iuvant) la natura complessa della soggettività e del fatto che essa si formi, secondo il pensatore francese, come dialogo continuo fra ordine, disordine e organizzazione. inutile dire che gli spunti filosofici sono stati musica per le mie orecchie.
del pomeriggio lascio qui solo una suggestione: viviamo in un mondo complesso, in cui la società forte che ha accompagnato l'epoca moderna si sta sgretolando in una serie di fenomeni complessi che lasciano il soggetto senza punti forti di ancoramento. la tecnica offre da questo punto di vista un giubbotto di salvataggio perché creando un'interconnessione mondiale, una rete sempre accesa e attiva ci fa per un attimo sentire riparati dalla dispersione dell'io. il rischio è però quello che non sia un vero e proprio paracadute ma un'anestesia momentanea e che ci assuefacciamo allo stimolo-risposta dell'essere sempre connessi con qualcuno. a difesa della tecnologia mi verrebbe però da dire che gli spazi di conversazione, come i blog, diventano un luogo di autoriconoscimento, uno spazio dove fermarsi a riflettere, guardarsi ed essere guardati, un luogo dove anche se per poco ricomporre la frammentazione, uno spazio altamente simbolico dove il simbolo ritorna nella sua valenza etimologica di rinvio, di segnale per un'alterità che non si esaurisce e riduce a quello che lì mette in mostra di .

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