lunedì 16 giugno 2008

virtus in medio stat

c'è un dibattito che dura da molti anni ormai a riguardo del digital divide, ossia la differenza fra chi ha accesso ad una serie di mezzi di comunicazione digitali e chi non ce l'ha.
ora, è chiaro ormai che la questione dell'accesso materiale (avere un pc e la connessione) sia soltanto una delle varie declinazioni che questo fenomeno può assumere.
in molti casi, infatti, non si tratta di un "technological divide" ma di uno scarto competenze o di cultura. ossia: io posso avere i mezzi ma non riesco ad utilizzarli (divide di competenze) oppure non riesco a capire come utilizzarli e cosa accade in rete (divide culturale).
la vicenda accaduta a Sergio Sarnari (al quale va tutta la mia solidarietà) mi ha fatto ben riflettere su questo fatto, aprendo ovviamente la riflessione ben oltre il caso specifico.
vivendo in un paese dove le nuove tecnologie sono abbastanza diffuse, si ha la percezione che tutti le sappiano utilizzare. ma un conto è saper utilizzare, un conto è sapere cosa si sta facendo.
penso che nel nostro paese il divide culturale rispetto ad internet sia ancora molto: basti leggere cosa certi giornalisti poco informati scrivano su questi argomenti.
la chiave di volta per risolvere la questione è, a mio umile parere, l'educazione: promuovere forme di alfabetizzazione dal basso per tutti che con un linguaggio semplice spieghino i fenomeni che si creano e non solo come scrivere una e-mail o come gestire il proprio conto online. in questo processo i media potrebbero giocare un ruolo decisivo scrivendo cose sensate e non cercando solamente lo scoop della tendenza più curiosa.
molto spesso ho l'impressione che chi è "dentro" la rete (io per prima) dia per scontate una serie di cose (fenomeni, conoscenze, competenze, ecc.) che chi è "fuori" pensa non sia nemmeno necessario conoscere.
anche in questo caso, come dicevano gli antichi, la virtù sta nel mezzo.

2 commenti:

Fabrizio - ikol22 ha detto...

C'è solo un piccolo dettaglietto. I media tradizionali e in particolar modo la carta stampata e con essa i suoi giornalisti, vede nella rete il nemico da abbattere per garantirsi vendite, attenzioni e successo. La rete -per non parlare dei blog (che infatti il direttore del tg1 ignora cosa siano)- son peggio di belzebù.

Sicché ne scrivono male e malvolentieri lieti di poter essere megafono del fatto di cronaca che coinvolge la rete.

L'educazione di cui vai parlando e di cui si avverte certamente molto bisogno non può -stante queste premesse- passar per i media. Trovo che Circoscrizioni e Parrocchie potrebbero far la differenza se si impegnassero in tal senso.

Elisabetta ha detto...

hai ragione. ed è per questo che l'educazione dovrebbe interessare prima i giornlisti per far capire loro che la rete non li danneggia e poi attraverso loro alla gente comune.
come al solito sono troppo idealista...