lunedì 29 giugno 2009

può un mito morire?

Il re del Pop è morto. Dovevo aspettare una notizia tanto epocale per ridare vita al blog.
Della morte di Michael Jackson mi ha colpito la rilevanza mediatica. Ma non nel senso che attribuiamo a questa espressione negli ultimi anni.
Il genere del reality ha innovato molto lo stile televisivo e il modo di realizzare altri contenuti come, per esempio i documentari. Nel caso della morte e delle celebrità si sono generate situazioni spesso al limite della narrabilità, come accade per coloro che hanno deciso di farsi riprendere durante gli ultimi giorni di vita o di raccontare alle telecamere la propria malattia, come peraltro ha fatto Farrah Fawcett.
Michael Jackson ha invece tenuto i media all'oscuro del proprio reale stato di salute, mentre si susseguivano negli ultimi mesi voci (più o meno verosimili) di malattie. Si è circondato di un alone di mistero costruendo la sua figura come i re dell'antichità.
Possiamo dire che egli abbia capovolto lo schema di J. B. Thompson* per cui la visibilità mediatica offre un maggiore numero di occasioni ai personaggi del potere di farsi vedere. Egli ha utilizzato le occasioni giuste per farsi vedere, sfruttando però anche i momenti di ombra, di oscurità, dichiarando apertamente di voler essere lasciato in pace dai media salvo poi non poterne fare a meno per promuovere la propria arte.
E così tra una voce e l'altra (malattie, la vendita del ranch di Neverland, i processi) la vita ha preso il sopravvento e se l'è portato via, così improvvisamente che ora i mass media vogliono quasi pagare il pegno per esserselo dimenticato, per non aver indagato più a fondo sul suo stato di salute, i suoi figli, il suo patrimonio.
In questa dialettica di ricordo - dimenticanza, redenzione - senso di colpa Jackson vince facendosi raccontare ancora in terza e quarta pagina, non relegato nelle pagine degli spettacoli o della cultura ma della cronaca internazionale.
In questa difficoltà di distinguere la realtà dalla costruzione, il vero dal verosimile assistiamo ora dopo ora alla sedimentazione di un mito, di una narrazione che si fa leggenda e che, in questo modo, diventa eterno e che come tale non può morire.


* Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, 1998

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