lunedì 2 novembre 2009

Parnassus o dell'immaginazione

Diceva Foucault: "L'immaginario si annuncia come una trascendenza, in cui, senza apprendere niente di sconosciuto, io posso "riconoscere" il mio destino"*.

Parnassus mi ha ricordato molto il dibattito interno alla storia della filosofia sullo status e il ruolo dell'immaginazione. E' un film letteralmente visionario, giocato sulla contrapposizione, quasi fosse Alice nel paese delle meraviglie, fra ciò che c'è fuori e dentro lo specchio. Ammetto di non aver compreso tutto della trama, soprattutto del finale concitato forse non del tutto compiuto anche a causa della prematura scomparsa da Heath Ledger, ma mostra meravigliosamente quale forza e potere abbia l'immaginazione, che non si limita ad essere un mondo parallelo ma ha delle conseguenze sulla realtà.
Coloro che infatti riescono in qualche modo a dominare la propria immaginazione e i propri vizi escono indenni dallo specchio mentre coloro che nell'immaginazione cadono in preda di essi e non riescono a riscattarsi ne vengono fagocitati.
A metà fra mondo reale e immaginazione ci sono Parnassus, l'essere intermediario, il mezzo che consente di accedere all'immaginazione, sua figlia Valentina che viene salvata all'ultimo minuto e Anton, che non a caso nella scena iniziale si presenta come Mercurio, il messaggero degli dei e quindi come tale a metà fra il mondo degli umani e degli dei. Numerosissimi sono i temi toccati fra cui, solo per citarne alcuni, il patto con il diavolo (come nel Faust), l'amore e la morte, l'immortalità, la sofferenza, il denaro e l'onestà.
Un film quindi decisamente affascinante, se non altro per i mondi che evoca e per le riflessioni che può far nascere. Ulteriori informazioni sulla pagina di Wikipedia dedicata (la comunicazione online è purtroppo decisamente scarsa, almeno ad ora).

* Introduzione in Biswanger, Sogno ed esistenza

2 commenti:

Associazione Per la Sinistra ha detto...

Ho letto i tuoi ultimi due testi, non mi piace il termine post, e mi chiedo che cos'è questa comunicazione incorporea, ma reale e cosa spinge persone di età diversa a dialogare nel mare immenso della globalità.

giovanni

Elisabetta ha detto...

è bello il termine testo, ma in effetti impegnativo.
in merito al tuo interrogativo (per cui direi che non basta una vita intera per rispondere)io mi sono fatta questa idea: che sia uno dei tanti modi di comunicare che l'uomo si è inventato, a partire dai pittogrammi o dai segnali di fumo, perchè in fondo è un animale sociale (come già ci diceva il buon Aristotele) e quindi "non può non comunicare", adattando a questa esigenza i mezzi che sa inventare.