giovedì 25 febbraio 2010

Della tutela

Le notizie di questi giorni mi hanno lasciata un po' sconcertata. Prima l'inspiegabile chiusura (fortunatamente seguita dalla riapertura) del canale YouTube di ClioMakeUp, poi la condanna di Google e il gruppo di Facebook contro i portatori di sindrome di Down (poi oscurato).
Sono avvenimenti che urtano profondamente la mia sensibilità di persona, prima che di utente della rete e studiosa.
Purtroppo mi sono occupata di tutela dei dati e questioni legate al diritto della rete solo in modo saltuario e quindi non ritengo di essere la persona più adatta per dare un commento tecnico a queste questioni.
Vorrei però sottolineare alcuni aspetti. Saranno forse considerazioni banali ma in questo momento ho più domande che risposte.
In primo luogo tutelare dei dati vuol dire prendersi carico della loro conservazione. Lo shock di Clio alla chiusura del suo canale è perfettamente condivisibile e comprensibile. Cosa direbbe un collezionista se improvvisamente scomparissero le collezioni a cui ha dedicato tanto tempo, di qualsiasi valore esse siano? Ogni attività compiuta sul web, anche quando è un hobby e non una fonte di reddito, ha un valore che deriva dall'affetto con cui la persona gli si dedica, dalle persone che incontra, dai commenti e dalla soddisfazione che trae dalla condivisione del suo lavoro. Perchè sul web funziona esattamente come nella vita reale. Smettiamola di pensare che sia un mondo a parte. Gli studi, ma anche il senso comune, ci dicono che la rete è perfettamente integrata con la vita quotidiana. Il confine fra ciò che è dentro e ciò che è fuori è sempre più sottile, certamente anche grazie al numero di utenti che la popolano.
Tutelare i dati vuol dire poi prendersi cura del loro contenuto. Un aspetto delicato di cui urge una regolamentazione. Una delle domande è quindi: chi è il responsabile dei contenuti pubblicati? Il cambiamento dell'assetto produttivo dei contenuti non permette più la definizione di soggetti portatori di un'unica istanza (autori, lettori, commentatori). Anche le dinamiche economiche hanno un loro peso: se la piattaforma sfrutta il mio contenuto per fare denaro è responsabile quanto me di quello che si scrive? Se il mio contenuto genera un valore aggiunto deve fare in modo che sia conservato e che non subisca attacchi?
Fare appello alla responsabilità di ciascuno è il primo passo da compiere, proprio sulla scorta del fatto che la persona agisce nello stesso modo dentro e fuori la rete. Se fare certe azioni è disdicevole, poco corretto o addirittura illegale fuori dalla rete deve esserlo anche all'interno. Purtroppo l'inevitabile natura di filtro della rete, in quanto strumento di comunicazione mediata, diventa l'alibi per dare il peggio e non il meglio di sè.
Formare la sensibilità significa anche attivare forme di educazione, incoraggiare discorsi costruttivi sui nuovi media e non solo legati a singoli episodi, finanziare ricerche adeguate che non si limitino alla statistica, stabilire norme adeguate alla natura dei nuovi mezzi. Significa, in ultima analisi, uscire dalla logica dell'emergenza che considera le questioni solo quando ci sono fatti eclatanti e inserire questi temi nell'agenda di quelli importanti, soprattutto a livello istituzionale.

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