venerdì 7 ottobre 2011

La morte di Steve Jobs, ovvero quando il lutto diventa collettivo.

Non amo addentrarmi in vicende già sviscerate, analizzate e celebrate. Direi, però, che questa volta non posso astenermi dallo scrivere qualcosa. Come sempre, però, lo farò a modo mio. Quando ho sentito ieri mattina della morte di Steve Jobs mi è dispiaciuto, come uomo prima che come visionario del nostro secolo. Il cancro porta via migliaia (milioni?) di persone ogni anno e la morte rimane una delle forme di democrazia ineludibili per l'umanità. Tocca a tutti, certo mi auguro il più tardi possibile per ciascuno.
Dopo anni di studi filosofici non posso non pensare che forse nessuno meglio di Martin Heidgger l'ha ricordato nella sua impietosa verità, con l'arzigogolata grazia che il suo pensiero ci ha concesso: l'essere dell'uomo è un "essere per la morte". Solo a partire dal suo limite si può comprendere a pieno l'uomo. Direi che ci sono analogie con la seconda parte del celebre discorso di Steve Jobs a Stanford.
Ma non è di questo su cui voglio riflettere, quanto piuttosto sulla condivisione della morte. Ieri (e oggi) ho aperto Twitter e Facebook e tutti parlavano di Jobs. Sono andata in ospedale per una visita e anche lì, una signora estraendo un iPhone, l'ha ricordato. Direi, quindi, che si va ben oltre una rilevanza mediatica. Se le nostre città stanno espungendo la morte isolando i cimiteri ai suoi confini e medicalizzando l'estremo momento del distacco in strutture sempre più specializzate, i media riportano al centro dell'attenzione tragedie e scomparse più o meno celebri. Siamo abituati al fatto che i media, istituzionalmente intesi, parlino della morte: è uno dei fatti maggiormente notiziabili e attira l'attenzione del pubblico.
Oggi però ci troviamo di fronte a un territorio nuovo, in cui la morte diventa oggetto di discorso da parte di un contesto misto di media istituzionali e spontanei, in cui anche le persone comuni possono trovare un momento per esprimere il proprio cordoglio, proprio come fanno in tanti portando fiori sui luoghi degli incidenti o alle camere ardenti. Certo, in questo modo l'individualità acquisisce un valore ancora maggiore perchè il gesto è visibile e può essere citato, condiviso e commentato. In particolare quello che accade sui social network sovrappone diverse aree di presenza. Mi spiego: la morte è un evento delicato e quanto più ci tocca da vicino tendiamo a condividerlo con le persone che conosciamo, con cui abbiamo una relazione intima (non nel senso di amorosa ma nel senso di forte, quotidiana e/o parentale e/o, anche certamente, amorosa). La condivisione del lutto su internet apre invece spazio alla condivisione di un evento che non necessariamente ci tocca da vicino con persone che non necessariamente ci sono accanto. Quello che mi chiedo è se  è se la condivisione socialmediale di un lutto lo rende più prossimo e ci fa riflettere sul senso della morte, o se piuttosto non contribuisce ad allontanarlo ulteriormente, mediatizzandolo nel senso di porre dei mediatori fra noi e l'evento. Andando ancora più in profondità, mi domando se l'enorme massa di conversazioni generate online da questi eventi sia legata solo ad un'ondata emotiva che trascina e in cui si avverte l'obbligo/desiderio di partecipare oppure se ci aiutano a recuperare una dimensione umana degli eventi di cui spesso i discorsi mediali aggrediscono solo la superficie puntando sugli elementi sensazionali o sui luoghi comuni.

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